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Serviti, è gratis!

La riflessione che voglio fare assieme a voi oggi parte da un aforisma di un anonimo che ho postato giorni fa, e viaggia attraverso le note di una canzone di Gino Paoli, non fra le più conosciute ma sicuramente un piccolo capolavoro di psicologia in musica.

 Chi ti fa sorridere ti salva la vita senza saperlo”, twitta l’anonimo.  Mi è piaciuta e l’ho fatta mia, … tanto è anonimo e quindi non può accusarmi di furto intellettuale.

In realtà avrei potuto attingere a un’immensità enciclopedica di frasi che esprimono il medesimo concetto, anche decisamente più autorevoli:

  • Indossa un sorriso e avrai amici; indossa un broncio e avrai le rughe – George Eliot
  • Chi non ride mai non è una persona seria – Fryderyk Chopin
  • Il sorriso è un sogno che ce l’ha fatta – Emituiitt (Liberamente), professione twittatore
  • Il sorriso, permette all’anima di respirare – Fabrizio Caramagna
  • Chi siamo? Dove andiamo? Donde veniamo? E soprattutto dov’è che si ride? – Silvia Ziche, fumettista
  • Non sapremo mai quanto bene può fare un semplice sorriso – Madre Teresa
  • Un sorriso costa meno della corrente elettrica, ma dà più luce – altro anonimo twittatore seriale
  • Dio rise e nacquero i sette dei che governano il mondo – da un papiro greco-egiziano
  • La vita è come uno specchio: ti sorride se la guardi sorridendo – Jim Morrison

Basta, devo fermarmi anche se continuare è assai piacevole, ma grazie al cielo godiamo di potenti mezzi mediatici e quindi potete benissimo sbizzarrirvi da soli a ricercarne in rete di ulteriori e nuove.

Anzi, sceglietene qualcuna da postare nei commenti, meglio ancora se ve la confezionate da soli, inedita e autografa. Personalmente ne ho trovata una che mi rappresenta particolarmente, ma me la tengo stretta per il gran finale!

Anche la fisiognomica conferma e ci rende noto che la natura stessa ci facilita il compito di sorridere; lo scrittore Mordecai Richler precisa: Ci vogliono settantadue muscoli per fare il broncio ma solo dodici per sorridere. 

Perché dunque fare una fatica di ben sei volte e mezzo superiore?

 Il sorriso, un’attitudine naturale dell’uomo che però, superata l’infanzia, viene trascurata e addirittura repressa. 

Pensiamo solo alla raccomandazione di pronunciare la parola inglese cheese (con “formaggio” non funziona, e neppure con “queso”, “fromage”, “käse” e neppure la versione cinese “Nǎilào”) quando si fa una foto! 

È inutile, spontaneo difficilmente arriva e il risultato è simile all’espressione di chi si beve un caffè addizionato con succo di limone.

Perché? Cosa frena i nostri sorrisi? Cosa ci induce a indossare un perenne grugno?

Già, dopo una certa non sorridiamo più, eccezione fatta per quel limoncello strizzato di circostanza riservato a un fugace scambio di convenevoli.

Tutti lo evitano come la peste. Osservate una sfilata di moda e chiedetevi perché alle modelle e ai modelli viene imposta un’espressione truce o quantomeno incazzata con l’intero mondo (che poi, a dirla tutta, se stanno incazzati loro, noi, comuni mortali, che dovremmo fare? Girare in mimetica imbracciando un bazooka e con il coltello fra i denti?).

Neppure nei selfie, che elargiamo a piene mani e affidiamo all’eternità del web, si sorride! No, facciamo la boccuccia a deretano di gallina, mimando un inquietante bacio al mondo, cerchiamo l’inquadratura di sguincio, che fa tanto furbetto e misterioso, ma col cavolo che facciamo un sorriso.

O quindi siamo tutti vittime della piorrea o c’è qualcosa che non va nel nostro rapporto con il sorriso.

La serietà! Questa condizione che ha del mitologico tanto è ricercata, inseguita e fraintesa. Siamo tutti vittime di un arcaico concetto che identifica il sorridere e il ridere come appannaggio degli stupidi.

Il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi”, lo dice il proverbio, la saggezza popolare che poi forse tanto saggia non è. Quando ero piccolo pensavo ci si riferisse al cibo, il risotto per intenderci, e quindi lo evitavo preferendogli le fettuccine, che oltre a piacermi parecchio di più mi facevano anche sentire intelligente.

I film che fanno ridere e sorridere sono recepiti come di minor valore artistico, e quasi ci vergogniamo a confessare che abbiamo preferito quella che viene definita “commediola” alla trilogia dei colori del polacco Krzysztof Kieślowski, che pure a pronunciarlo mette l’ansia.

I romanzi poi! Manco per sbaglio un’opera comica assurge a qualche intellettuale classifica, e trovatemene una inserita in un programma scolastico (al massimo un accenno a Giovenale ma senza esagerare, per carità! Dobbiamo lasciare spazio alle prigioni di Pellico, i sepolcri di Foscolo e ai dolori di Werther giovanotto).

Non voglio tediarvi con la storia dell’arte, ma a parte qualche statua di Apollo (che peraltro di motivi per sorridere ne aveva parecchi e quindi sarebbe stato incoerente raffigurarlo ingrugnato) e un paio di sorrisetti strizzati del buon Leonardo, quello che passano il convento e la relativa storia è una sequela di brutti musi severi che paiono dire, dalla notte dei tempi “MAI ‘NA GIOIA!”.

Eppure sorridere fa tanto bene! Alla salute generale, quella fisica, ma soprattutto allo spirito, che la governa in discreta parte.

Certo, deve trattarsi di un sorriso spontaneo, sincero, autentico quanto quello di un bimbo che guarda la mamma o quanto lo scodinzolare di un cane e lo strofinarsi alle caviglie di un gatto. Altrimenti ricadiamo nella spirale del limone strizzato nel caffè amaro.

Per sorridere spontaneamente deve esserci l’impulso del pensiero sorridente; non può nascere se dissociato. 

 

Se sorridi stringendo una mano ma pensi “proprio sta faccia di Bip dovevo incontrare stamattina?”, oppure “Facciamoli corti i convenevoli perché ho tanti di quei problemi da risolvere che al solo guardarti già mi monta la carogna”, beh, in questo caso il sorriso è un esercizio inutile dal discutibile risultato.

La saggezza popolare, che l’azzeccherà pure  sul rosso di sera, sull’inevitabile successione di un altro papa o sul dito che è meglio evitare di infilare nel rapporto di coppia, qui ha toppato di brutto: il riso non abbonda sulla bocca degli sciocchi ma su quella delle persone in pace con se stesse. E ditemi voi se è poco!

La prima regola consiste dunque nello sbarazzarci di questo stupido pregiudizio millenario che associa alla serietà di intenti e di condotta di vita l’espressione del tormento interiore: “Se ho l’aria severa gli altri mi giudicheranno un fine pensatore e sarò più autorevole”. No, se tieni il grugno gli altri penseranno o che stai inguaiato oppure che sei un grandissimo rompicoglioni.

 

La seconda regola è dare aria. È primavera, apriamo le finestre, stendiamo all’aperto, facciamo respirare la pelle, piantiamo il basilico sul balcone, non teniamo dunque chiuso a doppia mandata solo il cervello, che poi fa la muffa e puzza! Ogni tanto spalanchiamo e lasciamo entrare i pensieri positivi, magari anche stupidi, come il ricordo di una buffa circostanza, una frase sentita in un film, il vicino che scivola sulle scale o il gatto che fissa il pesce rosso. Meglio ancora se diamo spazio a quelle cose belle che tutti abbiamo e nascondiamo sotto il tappeto delle rogne: la persona amata, un disegnino dei figli, la nonna che sforna le lasagne, il cane che sembra morire di emozione ogni santa volta che entri in casa, un successo sul lavoro, quel bel giubbotto che ti sta tanto bene e che è giunto il momento di tirare fuori dalla naftalina.

Vedi? Per sorridere bastano piccole cose, mentre per avere la carogna perenne sul groppone è necessario qualche sforzo in più.

Terza regola: guardati intorno. Di facce che sembrano indossare un perenne lutto ne vedrai tante ma è assai probabile che tu ne incontri una che l’esercizio lo ha imparato prima di te, oppure appartenente a una sorta di razza eletta, quasi extraterrestre, che il sorriso ce lo ha di default e non ha intenzione alcuna di liberarsene.

Può succedere che detta persona ti cambi, non dico la vita, e forse neppure la giornata carica di rogna, ma almeno qualche minuto sì, che comunque è meglio di niente. 

La descrive bene Gino Paoli, che, senza offesa, proprio un allegrone di suo non lo è mai stato, e quindi potremmo dire che se c’è riuscito lui c’è speranza per tutti. Già il titolo è un poema; le parole poi, come ho detto all’inizio, un capolavoro psicologico in musica: Un sorriso gratis.

Il testo integrale, se già non lo conoscete, ve lo potete leggere da soli in rete. Per parte mia vi delizio con una brevissima (giuro) analisi.

Parla di uno il cui motto potrebbe essere quello dei ritratti dei papi nei musei vaticani “Mai ‘na gioia”. Sì, parla anche di te insomma: muso lungo, capoccione basso, mutismo selettivo e quell’incontenibile desiderio di asfaltare il prossimo, invece che “amarlo come te stesso” secondo fede e senso civico.

Prova a immaginarlo, curvo, gli occhia terra, rabbioso, fiaccato dai pensieri;  chiunque ha almeno un buon morivo per irritarlo: il bambino che frigna, quelli che passeggiano e gli ostacolano il passo, il cane che fa pipì sulla lucida colonna di marmo alla facciazza del comune decoro, l’anziana che pericolosamente sballottola la borsa con i carciofi.

Ma che c’avrà? Boh! Sicuramente tutte lui: le tasse da pagare, la moglie che gli ha messo le corna, il figlio in piena fase ribelle, il lavoro che è più pesante del patibolo. Sfido che sta ingrugnato, e pure, come dice la canzone, da un bel po’!

E allora fra il lusco e il brusco cosa succede? Incazzato come una biscia calpestata alza gli occhi dalle scarpe e lo vede: è un SORRISO. Gli arriva dritto come una legnata sulla testa e, miracolo, invece che annebbiargli la vista gliela rischiara. “Con un sorriso mi hai rimesso al mondo” dice, “con un sorriso che non mi aspettavo, con un sorriso gratis”.

E qui sta il trucco, signori! Quel sorriso che gli arriva in faccia non ha identità: non è né uomo né donna, né bello né brutto, né giovane né vecchio, né bianco né nero, e non ha neppure un perché. Non si paga, perché oltre a essere ingrugnato deve essere pure tirchio; è gratis, ovvero concesso per grazia, senza motivo. Semplicemente c’è, esiste nonostante la marea di rogne. Anzi, mi viene da pensare che gli si sia concesso inconsapevole, e che quel brutto muso ingrugnato che salva dall’abisso gli sia stato pure un po’ sui bip-glioni.

E allora rifletto. L’ingrugnato seriale è semplicemente un infelice cronico. Tutto qui. Nessuno  gli fa un bel niente, il bambino, il cane, la vecchietta con i carciofi, il lavoro, neppure la vita. È la sua incapacità di scrollarsi se stesso di dosso che gli impedisce di sorridere. La carogna che alberga sulle sue spalle ha la sua stessa faccia, lo hai notato? . Gli basta però sollevarsi un attimo e toh, ecco lì bello pronto un anonimo sorriso a lanciargli le bionde trecce attraverso le quali risalire la china.

Alza dunque spalle e testa. Oltretutto la carogna la troverà alquanto scomoda come posizione, e scenderà. Poi magari risale, per carità, però devi offrirgli la schiena, a rischio che, se ci si trova ben, vi pigli pure la residenza.

Infine eccoti la frase che ho trovato e che mi piace assai, chissà perché!

Si è alzato un po’ di vento, credo mi sia andato a finire un sorriso negli occhi.

(moRosita_S, Twitter)

Buon vento dunque, dall’unico, inimitabile, Federico Piccirilli

 

Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Terapie Brevi

Terapia a Seduta Singola

Ricevo a Monterotondo (RM), Fonte Nuova (RM) e Online

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