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Abuso è un abuso: : come le parole influenzano la mente

Abuso sessuale

Abuso domestico

Abuso su minore

STOOOOP! Riavvolgiamo il nastro e torniamo indietro.

C’è qualcosa che non va. Riesci a cogliere la stonatura?

Un errore da doppia riga blu, però non percepito come tale neppure dal più intransigente dei puristi della lingua, analogamente a tanti errori semantici divenuti talmente comuni da essere universalmente accettati e recepiti acriticamente.

È la consuetudine, che ci schiavizza, catturata e tessuta a fitte maglie nella rete mediatica, che ci rende sordi, cechi e talvolta pure un po’ stupidi. E così ci troviamo tutti a dire ad esempio, “settimana prossima”, “mese scorso”, senza renderci conto che “settimana” e “mese” sono termini generici, sostantivi che richiedono a tutto diritto l’articolo: “la settimana prossima”, “Il mese scorso”. Del resto, chi di voi direbbe “Prendi maglione, mangia mela, butta pasta”? e che diamine! Non siamo mica E.T., “e ti, telefono, casa!”.

La lingua evolve, com’è giusto che sia, inforca percorsi che le erano estranei, si plasma su nuovi giacigli, si colora di suoni moderni, attuali, quotidiani. Chiediamolo al Sommo Dante, che mandò in soffitta il latino dei papi e dei burocrati; chiediamogli cosa ne pensa, e lui ci mostrerà il pollice al cielo, con una strizzata d’occhio.

Via libera dunque al “petaloso”, che ha turbato le notti degli accademici della Crusca, al “a me mi”, che una volta era la firma sulla bocciatura e oggi invece è accettata come rafforzativo del concetto, buttiamo giù con il bicarbonato pure il nome proprio con l’articolo (“il Marco, il Franco”, che sembrano monete fuori corso, l’Antonella”),  rassegniamoci alle frasi adagiate sul letto di virgole, manco si trattasse della rucola in una bettola di periferia, ma per favore, tutti insieme ribelliamoci all’ABUSO del termine ABUSO!

Grammaticalmente forse non costituisce errore, ma concettualmente sì, e il problema è che questo obbrobrio concettuale si ripercuote sulla psiche, in particolare su quella che costituisce il substrato psicologico sociale, ovvero ciò che determina il comune modo di pensare.

Ora prova a immaginare un normale notiziario e rifletti con attenzione.

“La donna è stata abusata sessualmente”

“L’uomo è stato condannato per abuso di minore”

Titoli purtroppo all’ordine del giorno. Il primo motivo di riflessione riguarda le vittime: donne e bambini, almeno nella stragrande maggioranza.

Ora pensa alle altre espressioni di uso comune che coinvolgono il termine abuso:

“abuso edilizio, abuso d’ufficio, abuso di alcol, abuso di fumo”.

Ci stai arrivando, lo so, ma lascia che il tuo psicologo di fiducia continui questa sorta di esperimento maieutico, e scopriamo insieme il sottile meccanismo della trappola linguistica.

La costruzione di un palazzo, l’esercizio della propria funzione, una bottiglia di vino o una sigaretta sono “cose”; è nostra facoltà il servircene in modo corretto o meno. Nel loro “uso” non c’è nulla di straordinario, nell’abuso sì. Questo perché le cose si “usano”, è lecito e normale.

Uso e abuso: il secondo deriva dal primo. L’abuso è quindi un “uso improprio o smodato”.

Se mi godo un sigaro con due dita di bourbon, sono ben lontano da essere un tabagista alcolizzato; semplicemente faccio un corretto uso di quello che, per alcuni, può essere un lecito piacere della vita, e che probabilmente, all’insegna della moderazione e saltuarietà, non intacca neppure le condizioni di salute.

Continuiamo ora ad ascoltare il nostro immaginario notiziario:

“Il soggetto fa uso di droga”

Notata la sottile differenza? Difficilmente sentirai parlare di “abuso di droga”. Perché? Perché non è concepibile un corretto o normale “uso” di essa. La droga è morte, e quindi la scorrettezza è già insita nel suo “uso”.

Ricapitolando:

USO = giusto

ABUSO = sbagliato

Fino a qui tutto chiaro? Ora abbiamo elementi sufficienti per continuare.

ABUSO sessuale

ABUSO di minore

Donna ABUSATA

Se il nostro ragionamento è corretto, e lo è, ciò significa che un bambino, una donna, ma anche un uomo, un animale, secondo questa logica possono essere “usati”, sessualmente o in qualsiasi altro modo:

USO sessuale

USO di minore

Donna USATA

Ecco l’errore. Ecco perché è pericolosamente scorretto parlare di abuso!

Cosa succede allora nella nostra mente? Un sottile germe, più invisibile di un capello, che ha radici in un tempo lontano, arcaico, e si è attorcigliato attraverso i millenni, i secoli, le ore, nel nostro fardello culturale e sociale senza mai abbandonarlo.

Insomma, abbiamo più attenzione lessicale per le cose che non per gli esseri viventi, e così continuiamo giustamente a parlare di “uso di droga” ma acriticamente di “abuso sessuale”.

L’idea di una sorta di categorie “a servizio” resta stagnante nel pensiero comune, anche se non palesemente recepita e oscurata da secoli di lotte e rincorse verso la civiltà.

E così, in modo strisciante, anche attraverso l’errato ma radicato uso delle parole, se ne stanno al calduccio tutta una serie di abomini: i femminicidi, la pedofilia, ma anche le “tempeste emotive”, i nostalgici delle case chiuse, l’intolleranza verso i gay, il turismo sessuale, lo sfruttamento domestico. L’origine? il malsano concetto che si tratti di “uso improprio o smodato” quando invece non dovrebbe proprio esserne concepibile “l’uso”.

Nell’articolo della scorsa settimana ho fatto cenno al “delitto d’onore”, la cui abolizione giuridica e penale è arrivata solo, e sottolineo solo, nel 1981. Neppure quarant’anni fa. Ciò significa che una persona che oggi ha trentanove o quarantacinque anni, e quindi incontestabilmente giovane e proiettata al futuro, è nata in un giorno in cui nel nostro paese un uomo aveva diritto di uccidere la propria moglie per motivi di lesa reputazione, cavandosela con una pena simbolica.

Il testo recitava:

«Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella» (Articolo 587 del Codice penale fascista, approvato nell’ottobre 1930 su proposta del ministro della Giustizia, Alfredo Rocco, abrogato il 5 agosto 1981).

Ma non basta. C’era pure un corollario: il risvolto accessorio del delitto d’onore era il matrimonio riparatore che estingueva di fatto il reato di violenza sessuale, nel caso lo stupratore di una donna non coniugata accondiscendesse a sposarla, salvando così l’onore della famiglia.

E la mente corre a Franca Viola, la prima donna ad avere il coraggio di rifiutare, nel 1966, assicurando alle patrie galere il suo aguzzino e scegliendo di vivere la sua condizione di “disonorata” a testa alta.

Pensa poi che fino al 1996, ovvero IERI, lo stupro, inquadrato nella definizione giuridica di “violenza carnale e atti di libidine violenti”, non era un atto punibile in quanto lesivo della persona bensì in quanto offensivo per la moralità e il buon costume sociale! Insomma, il problema principale dello stupro era che si scandalizzava la gente per bene; un reato contro la morale e non contro la vittima.

 

 

 

 

Contiamo anche altre perle, quali la definizione di reato dell’adulterio ma solo se declinato al femminile. Nella fattispecie, per il codice penale del 1930 la donna adultera era punita con la reclusione sino a un anno. Ai fini del reato era sufficiente anche un unico episodio. La violazione della fedeltà coniugale compiuta dal marito, per essere punita doveva invece essere concubinato, cioè relazione stabile con un’altra donna (Art. 560 Codice penale, dichiarato illegittimo nel dicembre 1969). In poche parole, di occasionali sveltine lui poteva farsene fin che gli pareva, con la benedizione pure della legge, e la moglie doveva starsene zitta e sorridente. Lei ovviamente no; pure se strizzava l’occhio al fornaio poteva finire in galera.

Questa è la triste realtà, che peraltro ben si collega con il tema trattato nello scorso articolo sul rimpianto del passato.

Perdonatemi se mi sono concentrato sul tema femminile, ma l’aria oggi è ancora puntinata di giallo vivo e odora di mimose, e vorrei tanto che quella che è la commemorazione di un evento, nonché occasione di festa, diventasse una vera celebrazione di civiltà conquistata.

Se vorrete (aspetto conferma nei vostri commenti, sempre graditissimi e assai utili), affronteremo anche la questione dei minori e dell’abuso della relativa locuzione “abuso di minore”, che peraltro viaggia tristemente in parallelo. Altro tema sul quale desidero sollecitare la vostra opinione, se vorrete, è la riapertura delle Case di prostituzione, quelle “chiuse” insomma.

La donna: un oggetto, un possesso personale tramandato nei secoli, scisso in categorie, la moglie e la concubina, la madre e la puttana, la sorella, la figlia e la meretrice. Le prime da usare in un modo, le seconde in un altro.  Vuoti a perdere.

Ecco perché trovo moralmente offensivo e psicologicamente lesivo parlare di “abuso”.

È come se il rapporto eseguito attraverso violenza e non consensuale fosse paragonato a un terrazzo costruito senza tutte le carte bollate, oppure a una bottiglia di quello buono tracannata fino all’ultima goccia.

Se accettiamo il termine “abuso”, seppur inconsapevolmente sdoganiamo la sua radice “uso”, quando invece dovrebbe esserci ben chiaro che un essere vivente non deve essere usato, MAI, e per nessun fine!

Abuso? No! Uso.

Forse è solo un lapsus, ma freudiano, ovvero uno scivolone dell’inconscio. Fermiamolo!

Oggi, più che mai, lancio la mia usuale chiosa con convinzione e grinta.

Vento: di civiltà, di rinnovamento, di rispetto, di diritti, di consapevolezza. Vento che porti aria fresca, nuova, pulita. Vento di libertà. Apriamo le narici e respiriamolo a pieni polmoni. Pure la puzza di chiuso che soffoca la mente si dissolverà.

E ricordatevi di intervenire nei commenti. Anche afferrare con questo semplice gesto la propria libertà di pensiero è psicoterapia!

Buon vento!

Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Terapie Brevi

Terapia a Seduta Singola

Ricevo a Monterotondo (RM), Fonte Nuova (RM) e Online

 

 

 

One comment on “Abuso è un abuso: : come le parole influenzano la mente

  1. Giovanna Cardone ha detto:

    illuminante, grazie

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