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Se il lavoro fosse una bottiglia

Ubriachi, sì, ma di lavoro. 

Noto come ‘work addiction’, viene anche definito, in modo a mio parere decisamente più azzeccato, ‘work alcholism’.

Una vera e propria ubriacatura, con tutte le caratteristiche non di un’occasionale e sana bevuta bensì di una vera e propria condizione di alcolismo patologico.

Insomma, parliamo di dipendenza, e quando si usa questa parola deve essere chiaro che essa non è mai da prendere alla leggera.

Se il lavoro fosse una bottiglia?

Beh, cominciamo con il dire che, nello specifico, la metafora non prevede la possibilità di essere astemi. 

Non lo prevede perché il lavoro è indispensabile e la sua mancanza una vera e propria tragedia; se quindi ci azzardiamo a giocare sul paragone lavoro/alcol, beh, ci tocca alzare il gomito. Niente paura però, né conati di vomito, tanto è solo per finta e durerà poco.

Se dunque il lavoro fosse una bottiglia, non starebbe dietro il vetro del mobile bar del salotto, con accanto i bicchieri di cristallo del servizio buono.

No, starebbe sulla mensola accanto al caffè e al cestino del pane; uno di quei beni di prima necessità per i quali non c’è neppure bisogno di segnarli nella lista della spesa.

Ti alzi e ti fai un goccetto, e così via, a furia di alzatine di gomito fino al momento di andare a dormire.

Il fatto che il gusto, e il retrogusto, ti siano o meno graditi, è un dettaglio trascurabile; quello che conta è la capacità del tuo corpo di reggere alla gradazione alcolica, ma anche l’autocontrollo al fine di non eccedere.

Ed ecco come si arriva all’ubriacatura, e da essa alla dipendenza. Insomma, a furia di mezzi bicchieri ti trovi a essere un alcolista del lavoro, e la bottiglia sulla mensola viene ad essere sostituita dalla fiaschetta metallica da taschino.

 Una sbornia perenne, ma non di quelle allegre, tipo “La società dei magnaccioni”: 

Ma che ce frega ma che ce ‘mporta 

se l’oste ar vino ci ha messo l’acqua

e noi je dimo e noi je famo

Macché! È una sbornia fastidiosa, del tipo “meglio girare alla larga”.

Insomma, l’alcolista da lavoro è semplicemente insopportabile.

Insopportabile nella vita quotidiana, in famiglia, con gli amici.

L’occhio è sempre e solo fisso là, sulla bottiglia/lavoro; la mano sempre sul tappo. Il bicchiere finisce per non servire più: si beve direttamente a canna!

Come un perfetto alcolista, la bottiglia/lavoro diventa l’unica prospettiva di vita: ci si pensa già da quando si lavano i denti al mattino e si alza la tavoletta per fare pipì, il pensiero non si sposta mentre si sorseggia il caffè e si consulta lo smartphone, così, tanto per portarsi avanti alla ricerca di qualche importante e-mail o per un rapido consulto dell’agenda. Le rotelline del cervello seguono gli ingranaggi lavorativi mentre si guida, si attraversa la strada, si chiama un taxi.

Ancora il chiodo fisso del lavoro farà da contorno al pasto: lasagnetta su letto di progetti in salsa di riunione. 

Scorrerà nei titoli di coda di un film: Protagonista, Pinco Pallo – coprotagonista, il collega stronzo che ti vuole fottere l’incarico …

Il lavoro s’infilerà pure nel letto; non sarete più due amanti, ma un ingegnere o un avvocato che sta sottraendo prezioso tempo ed energie al lavoro.

I figli? Devono essere grati perché tutto questo è per loro.

Non ci sono figli? Pazienza, non cambia nulla. Anzi, … più tempo per il lavoro!

L’amore? Leggi le due risposte precedenti. 

La vacanza? Una parentesi occasionale fra le parole carriera e successo.

Il partner? Una persona a cui parlare del proprio lavoro. Se ti ama ascolterà in silenzio.

Il pranzo e la cena? Ottime occasioni per prendere contatti lavorativi.

Il sonno? Una perdita di tempo necessaria ma di cui non abusare.

L’aspetto fisico? Una palestra su cui testare il proprio impatto sugli altri e imbastire la carriera.

Nell’ubriaco da lavoro, o workaholic, la sfera affettiva viene progressivamente azzerata: in famiglia non si parla che di lavoro, casa e ufficio si fondono in un’unica entità mirata ad asservire al lavoro, le manifestazioni cosiddette normali, quali il salutarsi con un bacio o parlare del tempo piuttosto che del più o del meno, sono vissute come fastidi. Il workaholic arriva ad estraniarsi e irritarsi, come offeso, se si affrontano argomenti che non siano o non coinvolgano in qualche modo il suo lavoro.

Ha mal di pancia? È gastrite da lavoro.

Non dorme? Stress da lavoro.

È felice? Ha avuto un successo nel lavoro

Non pensate però che l’ubriacatura da lavoro sia sempre e solo connessa alla prospettiva di successo e alla smania da carriera!

No! Esiste anche in versione “sbornia triste”, quella tipica dell’annegare i dispiaceri nel fiascone, dalle note  un po’ brasilere  di “tristade”.

Questa forma è tipica degli insoddisfatti per via del lavoro.

Oddio, per chi vive vicino non è che cambi sto granché! Le manifestazioni esteriori e pratiche del quotidiano sono pressoché le medesime della tipologia precedente, con l’aggravante della lagna. E non è roba da poco in quanto mettere alla prova le capacità di sopportazione!

Ma come si arriva a questo?

Ambizione: smania di ottenere successo, ricerca della perfezione secondo un modello di eccellenza e perfezione;

Competitività: desiderio di supremazia e potere;

Solitudine: il lavoro diventa un luogo di rifugio in cui dare un senso a pesanti vuoti;

Problemi: talvolta il buttarsi a capofitto nel lavoro è un modo per sfuggire ad altre problematiche riguardanti sfere ben diverse, quali quella affettiva o sociale.

Ed ecco che il lavoro perde il significato primario della sua esistenza e si trasforma in arma di rivincita sul mondo, oppure in strumento sado/masochistico.

No, così non va!

Se ti riconosci, oppure se baciando il tuo compagno senti puzza di lavoro con gradazione da superlavoro, è il momento di affrontare la faccenda con serenità, ma soprattutto di chiedere l’aiuto di un professionista.

Il lavoro è un tesoro, soprattutto in tempi come i nostri nei quali troppo spesso manca.

Onorarlo con la propria dedizione, amarlo, riservargli il giusto spazio nella vita, riceverne soddisfazioni ma anche problemi e preoccupazioni, non ha nulla a che vedere con la patologia descritta. Essa è invece connessa, come facilmente intuibile, con serie condizioni di stress, che possono avere serie conseguenze tanto mentali che propriamente fisiche.

Come mio solito ho scherzato, giocando sulla definizione, anche a fronte dell’estrema serietà dell’argomento. Del resto in rete si possono trovare parecchi articoli più o meno accademici che illustrano con metodo scientifico questa patologia piuttosto recente e in progressivi aggravamento e diffusione. 

Qui, in sede di articolo, preferisco mantenere questo approccio, un po’ dissacrante, un po’ irriverente, in tono blandamente comico. Perché? Perché saper affrontare le cose con una punta di sorriso non può fare male.

 E allora, nel ricordarvi che con il medesimo sorriso – che peraltro genera fiducia – potremo metterci a lavorare seriamente insieme sul problema fino a venirne fuori, vi auguro buon vento e concludo con:

e’ mejo er vino de li Castelli 

de questa zozza società

Za za!

Ma anche un aranciata va benone!

Ancora buon vento 

 

Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Terapie Brevi, Terapia a Seduta Singola

Ricevo a Monterotondo (RM), Fonte Nuova (RM) e Online

 

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