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Complessi, Bande e Orchestre: quando la mente se la canta e se la suona

Tutti mi guardano

Mi guardano, e sparlano di me. Sparlano perché mi trovano ridicolo.

Mi trovano ridicolo perché ho qualcosa che non va: un grosso naso, i calzini spaiati, il nido di rondine fra i capelli, il prezzemolo tra i denti, un enorme culo, oppure perché puzzo. Anzi, io non puzzo ma tutti pensano che quella puzza arrivi da me.

Mi guardano per strada, anche se non mi conoscono.

Mi guardano sul lavoro, a scuola, al ristorante.

Sì, mi guardano e mi giudicano.
Scommetto che sanno qualcosa di me, o credono di saperla.

Mi giudicano perché sono diverso: più brutto, più grasso, più magro, più vecchio, troppo basso, troppo alto. Forse perché mi ritengono povero.

Mi guardano per come cammino, per il suono della voce, per come mastico.
Mi guardano perché mi trovano orribile, e siccome mi trovano orribile e ridicolo, mi evitano.

Li vedo con la coda dell’occhio, mentre passo oltre. Fanno finta di nulla ma poi parlottano fra di loro, mi indicano con il mento, i più sfrontati pure con il dito, e ridacchiano.

È stato fatto un esperimento che illustra alla perfezione il meccanismo psicologico di questa fobia. Forse ve ne ho già parlato, ma ne riassumo le linee principali.

A una persona viene chiesto di partecipare, consapevolmente, illustrando nel dettaglio quello che succederà, in modo che possa decidere se acconsentire o meno.

L’esperimento prevede che il collaborante venga
truccato sul viso secondo la tecnica
cinematografica e per mano di esperti del
settore, creando una qualche caratteristica che
susciti particolare disagio: degli sfoghi cutanei,
delle cicatrici, oppure delle deformità fisiche. In genere si chiede al soggetto di esternare quale sia un suo particolare incubo o quello che proprio pensa che non potrebbe sopportare di avere, in modo da riprodurlo.

Dovrà poi, così trasformato, entrare in un luogo dove ci sono parecchie persone, alcune conosciute, altre mai viste, di ogni fascia di età, sesso e condizione sociale.

Gli verrà chiesto di annotare le reazioni degli altri nei suoi confronti.

La totalità dei partecipanti registra reazioni di più o meno manifesto disgusto; praticamente sempre una sensazione forte di evitamento e lo scambio di opinioni alle sue spalle.

Insomma, tutti descrivono l’esperienza come psicologicamente assai pesante; dichiarano di comprendere per la prima volta realmente cosa significhi emarginazione, e si sentono solidali con coloro per i quali questi problemi sono reali e non risultato di un sapiente trucco.

I più sono ossessionati dall’idea di essersi a loro volta comportati, in analoghe situazioni, in modo simile a quanti hanno collaborato all’esperimento da osservatori, ferendo e umiliando seppur involontariamente.

Ciò che non sanno è che dopo averli fatti guardare allo specchio per valutare il risultato finale del trucco, cosa che come risultato ha sempre un forte stupore negativo, con la semplice scusa di un ritocco veloce il loro viso è stato del tutto ripulito dalla deformità posticcia, e così essi sono entrati in quella stanza con il loro vero volto.

L’esperimento funziona anche al contrario, ovvero facendo credere al partecipante di renderlo assolutamente bellissimo e affascinante attraverso la mano del visagista.

Questa volta a essere registrate sono reazioni di ammirazione, interesse e invidia. Peccato che pure in questo caso il viso realmente mostrato sia quello reale.

 

 

Cosa significa tutto questo?

Che le reazioni percepite e registrate sono frutto non della realtà ma di un’impressione costruita a priori nella mente sulla base delle proprio sentirsi.

In breve: ti senti orribile e negli altri leggi reazioni all’orrore; ti senti meraviglioso e cogli ammirazione.

La verità è che né l’una né l’altra delle situazioni si verificano. Coloro che convenzionalmente quanto ingiustamente liquidiamo con il termine “gli altri”, e che in realtà altro non sono che singoli, in nulla diversi da noi, altrettanto unici e autonomamente senzienti, non colgono niente di quello che crediamo di leggere nei loro negli occhi e nei gesti, o se lo colgono, perché reale, non gli interessa.

Detta spiccia: alla maggior parte della gente che hai in sorte di incontrare, specie se non ti conosce e non prevede di proseguire la frequentazione, non frega un fico secco di te, se hai il naso o il culo grossi, di come ti vesti, di come cammini, se ti sei fatto bene o male la barba, se hai messo su un paio di chili o se li hai persi, se ti tingi i capelli. Quasi sicuramente, a meno che la cosa non travalichi l’umana capacità di sopportazione olfattiva, non gli importa un accidenti neppure se ti sei lavato e, chiusi in un ascensore, l’ideache la puzzetta l’abbia fatta tu neppure li sfiora (anche perché è troppo occupato a farsi il medesimo problema).

L’ossessione per l’altrui percezione di una qualche nostra inferiorità, fisica, intellettuale o sociale, genera quelli che vengono definiti “complessi”

Conoscete il film “Ricomincio da tre”?

C’è una scena mitica, dove Troisi si trova da solo con un tale Roberto, vittima di una madre decisamente ossessiva e autoritaria:

Roberto: «Mammina dice che c’ho i complessi in testa»

Troisi: «Ma quali complessi! Tu tieni un’orchestra intera ‘nta capa!»

È una battuta, fortunatissima, ma non così distante dalla realtà. Spesso i complessi derivano dall’infanzia, dalle eccessive aspettative riversate su di noi dai genitori, dalle esagerate pressioni, da modelli di perfezione dai quali ci si sentiva distanti, da episodi di bullismo a scuola o fra amici, da delusioni e sconfitte in ambito scolastico, amoroso, famigliare, sociale.

A ciò si aggiunge la pressione dei mass media e dei social, che propongono modelli irraggiungibili, di bellezza, ricchezza, successo.

Spesso succede che ai complessi si accompagni una sorta di creazione di bolla di isolamento in cui cercare rifugio al proprio senso di inadeguatezza. Succede così che al disagio si affianchi la convinzione di essere non convenzionali, non ordinari, fuori dagli schemi, unici.

Senso d’inferiorità e di superiorità che, coesistendo, inevitabilmente entrano in conflitto.

Dobbiamo ammettere che avere qualche complesso è più che normale, e addirittura è possibile ricavarne effetti positivi e stimoli di miglioramento.

Quando però il piccolo complesso si trasforma in una banda di paese, con tanto di sbandieratori e majorette, i fiati, i tamburi, i gonfaloni, oppure in un’orchestra filarmonica con il coro e il direttore sul predellino, beh, cominciamo a preoccuparci.

Anzi, no.
Mai preoccuparsi ma occuparsi.

Essere consapevoli dei propri difetti ma anche dei pregi, saper valorizzare questi ultimi e mimetizzare i primi, avere il controllo delle proprie reazioni, essere obbiettivi, intraprendere strade che ci siano consone, abbattere i pregiudizi tanto sugli altri che su noi stessi; e poi anche una buona dose di “stica@@i”, ovvero di sano menefreghismo. Questi gli steps basilari per tenere a bada il complesso e fare in modo che se la canti e se la suoni solo dietro nostro via libera.

Come riuscirci? Attraverso un lavoro su noi stessi attento e preciso, decisamente più agevole e risolutivo se coadiuvato dalla psicoterapia e da un bravo professionista.

Da ultimo voglio svelarti una cosa:

è spesso vero che gli altri ti guardano. Ma non succede per via del tuo naso grosso o della consistenza del tuo conto in banca; no, ti guardano semplicemente perché sei tu a guardarli, insistentemente, per cogliere la loro reazione.

Insomma, ti guardano per dirti: «Ma che c’hai da guardà?»

Buon vento

 

Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Terapie Brevi

Terapia a Seduta Singola

Ricevo a Monterotondo (RM), Fonte Nuova (RM) e Online

 

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