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Psicologo VS Atomo

Quando cominciò a farsi strada nella mia testa l’idea che volevo fare lo psicologo, sperimentai anche l’ebrezza di dover affrontare quello che, per molti, pare essere un mistero che viaggia in parallelo con il terzo di Fatima, la creazione del mondo e la priorità fra uovo e gallina:

«Federico, cos’hai poi deciso di fare?»

«Psicologia. Sì, voglio fare lo psicologo»

… silenzio … sorriso …

«Ah, bello! E … scusa, … ma perché proprio … lo psi-co-lo-go?»

Ora, a chi passerebbe per la testa, da sobrio, di fare una simile domanda a un futuro ingegnere, architetto, muratore, infermiere, soldato?

Scena uno:

«Piacere. E cosa fai di bello nella vita?»

«Il cardiologo?»

«… interessante. Ma, perché il cardiologo?»

Scena due:

«Io mi chiamo Mario e faccio il mobiliere»

«Ohbbbbella! E perché il mobiliere?»

Aggiungiamo anche una scena tre:

«Sai, Pierino domani comincia l’università. Si è iscritto ad architettura»

«Quindi vuole fare l’architetto! Ma perché, scusa, l’architetto?»

Stop! Riavvolgiamo il nastro perché questi dialoghi sono piuttosto irreali, tipo Teatro dell’assurdo. Funzionano bene solo con l’opzione “psicologo” e con un altro ristretto numero di mestieri essenzialmente di natura artistica (che anzi, a essere sinceri, ricevono ancora più incredulità e scetticismo. Un esempio? “Che cosa fai di bello?” “La ballerina” “Ah, ok. Ma io intendevo di lavoro!”)

La verità, o meglio, la soluzione all’enigma, si annida nel pregiudizio, nello stereotipo.

Fu proprio allora, ai tempi in cui mi balenò nella capoccia l’idea che volevo fare lo psicologo, che mi venne in mente una frase attribuita a uno che in quanto a capoccia era uscito decisamente bene: Albert Einstein. E scusate se è poco!

è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio.

La mia fu quindi anche una sfida. Sì! Volevo spaccarlo, quel pregiudizio (anche perché con gli atomi ho sempre avuto scarsa dimestichezza e comunque l’idea di passare l’esistenza a spaccarli in due non mi entusiasmava per niente!).

Intorno alla psiche ci sono muri altissimi in cui a ogni mattone corrisponde uno stereotipo, un pregiudizio, un preconcetto, una fissa.

Un po’ a colpi secchi, un po’ a violente martellate, un po’ grattando con pazienza, si riescono ad aprire delle brecce in quel muro, a minarne la stabilità.

Oggi quel muro non è più così solido, comincia a mostrare i segni delle legnate, assomiglia a un rudere, però è ancora in piedi, e sembra parecchio duro a crollare del tutto.

Un tempo – ma quando dico “un tempo” non mi riferisco a quelli in cui le donne andavano in crinolina, bensì a ieri – andare dallo psicologo era roba da … sì, diciamolo pure senza girarci intorno, da “fuori di testa”.

Roba da tenere nascosta, da confessare sotto voce e a pochi eletti, i quali a loro volta, con il dorso della mano a coprire le parole e raccomandando il silenzio, lo spiattellavano ad altri eletti, fino a che la faccenda faceva il giro del paese e il “matto” veniva confezionato, cotto e servito a puntino.

E non parlo di Monterotondo. No! Pure nelle avanzatissime ed intellettualmente frizzantissime metropoli c’era gente che per andare dallo psicologo tirava fuori occhiali scuri e impermeabile con il bavero alzato; roba da film di spionaggio in pieno stile Hitchcock.

E intanto i cosiddetti “normali”, quelli che dallo psicologo no, per la carità!, si davano di gomito.

Pure a scuola, dove per accedere allo sportello di ascolto senza essere visti dai compagni, i ragazzi erano pure disposti a travestirsi da bidella.

È proprio così.

Andare dallo psicologo, nell’immaginario collettivo occupa la poltrona di mezzo fra “ho le mie cose” e “devo fare un piccolo intervento … spiacevole”, che tradotto in termini normali diventano: “Ho le mestruazioni” e “devo operarmi di emorroidi”. Normalità taciute, fonte di retaggi e vergogna.

Andare dallo psicologo! Mmmmmmmm  … chissà che roba terribile ci sarà sotto!

Meglio persino il confessore! Certo! Dietro una grata gli racconti un po’ di cose, tipo che avresti voglia di mettere la stricnina nella matriciana di tuo marito, lui ti dice che non si deve e non si fa. Un paio di preghiere di penitenza e si riparte come nuovi. Può funzionare. Perché no!

La differenza?

La differenza è che nessuno verrebbe a chiederti perché vai da un confessore, mentre se dicessi che vuoi uno psicologo scatterebbe la preoccupazione con effetto immediato.

Ed eccovi servito lo stereotipo!

Pi-si-cologo, dicevano e dicono ancora oggi i più anziani, incespicando su quel “psi” a evidenziare quanto strana ed esotica sia questa figura.

Ma cosa significa? Te lo sei chiesto?

Colui che dialoga di psiche”. Già, tutto qui!

La psiche, la mente, e tutti gli infiniti modi che abbiamo per definire quella parte di noi in realtà indefinibile, sospesa fra materia e non materia, la possediamo tutti!

È un elemento comune a tutti gli esseri viventi.

Non ci è possibile (almeno per il momento; non poniamo limiti al futuro!) radiografarla, evidenziarla con un’ecografia, un colorante di contrasto o con qualsiasi altra analisi strumentale.

Non è come un pancreas o una prostata, che non vediamo ma sappiamo esattamente dove sono piazzati nel nostro corpo, e schiacciando sapientemente trasmettono, o meno, dolore.

Non ha una forma, un colore, un peso, un odore, che mutano a seconda del suo stato di salute.

No, la psiche non ha una sua precisa collocazione; viaggia, si sposta, muta e si trasforma, si adatta, sfugge, si plasma.

Anch’essa può ammalarsi, anch’essa risente dei colpi del tempo che passa, ma più semplicemente spesso ha solo bisogno di manutenzione.

La nostra psiche va tenuta con cura, anche, e soprattutto, quando è sana.

Ecco perché “lo psicologo”!

La psiche manda dei segnali. Non ci vuole granché a capirli. Potremmo addirittura affermare che le richieste di attenzione che ci trasmette la mente sono più evidenti di quelle del cuore, del pancreas, delle emorroidi o della prostata, che spesso restano silenti e ci fregano.

Stanchezza, pensieri ricorrenti che diventano ossessione, insoddisfazione, insonnia, disequilibri alimentari, intolleranza verso gli altri o verso se stessi, ego smisurato o chiuso in una valigia in cantina. Non sono malattia vera e propria, ma campanelli.

Non sono “robe da chi non ci sta con la testa”. Sono la normalità, sfumature attraverso cui tutti passiamo. Ascoltarle, averne cura, non è un qualcosa da tenere nascosto, sussurrato a capo basso alla migliore amica.

Lo psicologo è semplicemente colui che con la psiche, e della psiche, dialoga.

La psicoterapia poi, è come una sorta di massaggio rilassante, una SPA, un bagno turco, uno scrub, un parrucchiere, un personal trainer della mente. Sì, dalla psicoterapia la tua mente esce tonificata, con la permanente e le meches!

Il fatto invece di non riuscire ad attribuirle un aspetto materialmente tangibile, porta a comportarci nei suoi confronti come quelli che si pettinano tutti perfettini davanti e dietro sfoggiano un portentoso nido di rondine, solo perché in bagno non hanno montato uno specchio che mostri il lato “b”.

Oggi, come dicevo, il muro di pregiudizi intorno alla frase “Oggi ho la seduta di psicoterapia” non è più solido come quello di qualche anno fa. Questo è vero, ma persiste.

Ancora continua a essere più facile spaccare l’atomo.

Ancora oggi dallo psicologo si va quando il peso del problema diventa insostenibile, quando fiacca le ginocchia e per raggiungere lo studio si è costretti a strisciare sull’asfalto. Talvolta arrivate talmente sciolti che potreste filtrare direttamente da sotto la porta, senza neppure dover pigiare sulla maniglia!

È un po’ come se dal cardiologo andassero solo infartuati!

Ho scelto di fare lo psicologo perché mi affascina il mistero della psiche. Ecco la risposta che davo allora e che oggi confermo con fermezza.

Ho fatto lo psicologo perché mi offre la possibilità di conoscere quanto infinito vi sia in ogni essere umano, e di quanto immense e sconosciute siano le sue possibilità di vittoria.

Perché mi piace dialogare con la parte più intima e vera di ciascuno. E forse anche per capire me stesso. Sì, è così. Sono innanzitutto, con umiltà e stupore, lo psicologo di me stesso.

Era il 1938 quando venne dimostrato che era possibile dividere un atomo. Oggi siamo alla fine del 2019, gli atomi li spezziamo come i panini ma con gli stereotipi e i pregiudizi ancori siamo messi da schifo.

Non so se io ci sono riuscito, né se mai ci riuscirò. Certo che se mi date una mano pure voi, diventa più facile.

«Dove vai?»

«Da Federico Piccirilli»

«Ma chi? Lo psicologo?»

«Sì, proprio lui, lo psicologo»

«Ohsantamadonna (tutta ‘na parola. È così che si pronuncia!), ma allora hai dei problemi!»

«No. Vado semplicemente a coccolare un po’ la mia mente. Se lo merita!»

Ho scherzato. Sì, ma non troppo!

Buon vento.

 

Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Terapie Brevi

Terapia a Seduta Singola

Ricevo a Monterotondo (RM), Fonte NUOVA (RM) e Online

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