Perchè i ricordi sono grandi

Che cosa sono i ricordi?
Frammenti di vita o illusioni?
La risposta più plausibile è: frammenti di vita che, come in un puzzle, compongono illusioni.
I ricordi, pur essendo i mattoni fondamentali della nostra esistenza, hanno la strana attitudine a trasformarsi in fantasmi.
Ingigantiti, travisati, appesantiti di sogni e aspettative, si accalcano nella mente acquistando vita propria, che diventa altro dalla realtà.
A chiunque è capitato di provare delusione di fronte alla concretizzazione di un ricordo. Il più classico esempio è quello dei luoghi d’infanzia, che peraltro sono, fra tutti i ricordi, quelli più dilatati nel tempo e ancora materialmente reali. Ciò non accade invece per le persone, che, ammettendo essere ancora viventi, sono sicuramente invecchiate, così come non avviene per il gusto, gli odori, i suoni, i quali si dissolvono nell’attimo stesso in cui nascono.
I luoghi in genere restano, spesso anche immutati. Le case, le stanze dell’infanzia: si ha di esse un’immagine ingigantita. Ricordiamo ambienti enormi, sempre. Poi un giorno accade di tornare in quei luoghi e di vederli piccoli, angusti, soffocanti.
Il primo pensiero, solo apparentemente logico, è che siamo noi ad essere diventati materialmente più grandi, e di conseguenza più “ingombranti”. Facile ci è operare una specie di rapporto di scala: dove da piccolo stavo cento volte, ora è normale che ci stia solo più cinquanta, o quaranta, oppure anche trenta se ci abbiamo dato dentro con gli sfilatini!

 

 

 

Invece le dimensioni fisiche del nostro corpo, lo spazio che occupiamo, non c’entrano nulla. Avremmo la medesima sensazione se fossimo rimasti “piccoli”, se insomma l’ormone della crescita non avesse svolto il suo lavoro.
È la mente a misurare lo spazio in modo differente. Quasi possedesse strumenti diversi, tarati su di una stessa unità di misura ma con le tacche che non trovano corrispettivo. Quello che oggi misura cinque metri, nella tua infanzia ne contava venti. Ed ecco comparire il sentimento della delusione.
Mi viene in mente un ricordo (guarda caso!) della mia adolescenza. Allora non abitavo a Monterotondo, e neppure sapevo che sarei diventato uno psicologo. Tuttavia i cieli sulla mia testa erano altrettanto belli di quelli che vedo adesso e ogni tanto posto sulle mie pagine social, e già sentivo una profonda attrazione per l’infinto mistero della mente. Ricordo una ragazza, una bella ragazza per essere preciso, una del gruppo di amici che frequentavo; una sognatrice, questo sembrava. Con il viso rivolto al cielo osservava spesso la luna, rimanendone rapita al punto di non ascoltarci neppure più. Diceva che era immensa, e talmente luminosa da sfrangiarsi in un enorme alone lattiginoso, per metà del cielo.
Un giorno la ragazza si mese le lenti a contatto, e la luna divenne una piccola e semplice palla luminosa, o una falce, una minuscola virgola bianca nel nero della notte. Quell’immagine, che ha ispirato e ispira i poeti, la deluse. La sua visione miope, impedendole di scorgere i contorni, aveva per anni dilatato la luce e, con essa, l’immaginazione. Di quella luna “cecata” e straordinariamente affascinante, le rimase il ricordo.

Analogo fenomeno accade per le opere d’arte. Quanto spesso si sente dire che “La Gioconda”, per fare il più classico degli esempi, vista dalvivo è deludente?


Ciò accade perché la nostra mente anche di essa elabora un ricordo, un’immagine aggiustata a nostro piacere, ricavata dai milioni di immagini che di essa conosciamo. Eppure la straordinarietà è proprio in quel piccolo rettangolo sul quale si sono posate le dita e l’arte di Leonardo, riempiendo ogni millimetro per dare vita a un miracolo di bellezza commovente. Ma noi no. Questa bellezza ci commuove con difficoltà. La preferiamo stampata in un’immagine piatta, che però abbiamo elaborato come ricordo.
Più grande è persino il mare, se ricordato, lo è la spiaggia, addirittura le montagne.
Più grande era il panettone della nostra infanzia, l’albero di Natale, che continuiamo a tirare fuori dalla cantina dove è improbabile che si restringa, lo era il pacchetto di caramelle, l’anello che portava al dito la nonna e che ora, avuto in eredità, ci sembra la capocchia di uno spillo.

Più lunghe e più nere erano le notti, più pesante il silenzio, più intensi i sogni, più emozionanti le attese.
Il sentimento di delusione che ci pervade si traduce nella sensazione di essere stati fregati.

Da chi? Da cosa? Semplicemente da noi stessi.
E se provassimo allora a vedere la realtà quotidiana con le medesime dimensioni dell’occhio del ricordo?
Potremmo scoprire che magari l’inganno è l’attuale.

È ora che strizziamo la realtà, riducendola all’osso, svilendola della magia del sogno.

Chissà se quella ragazza sarà riuscita a vedere la luna con gli stessi occhi miopi di un tempo, pur indossando le lenti.
E allora, provate a chiudere gli occhi, oppure abbassatevi. Meglio ancora: scendete dal piedistallo delle angosce e dei tormenti che impediscono di guardare negli occhi la bellezza della realtà.
Buon Natale, e sempre, buon vento.

 

 

Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Terapie Brevi

Terapia a Seduta Singola

Ricevo a Monterotondo (RM), Fonte Nuova (RM) e Online

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