Arieccolo…il guastafeste

Arrieccolo!

Più puntuale di uno svizzero è tornato.

Di chi parlo? Ma di lui, il menagramo, lo iettatore, insomma, il classico, unico, inimitabile, insostituibile  ma soprattutto inevitabile GUASTAFESTE!

Salta fuori con i primi freddi perché questo è il suo momento di maggior lavoro e gloria. Infatti da questo momento e per lunghi mesi si inanella una bella sfilza di festività che, sommate agli inevitabili compleanni e onomastici, rappresentano per il soggetto un vero e proprio invito a nozze.

Come si riconosce il guastafeste?

Non è facile per la verità.  All’apparenza è uno come tanti, solo … con qualche problema in più.

Per un qualche strano gioco del destino ha sempre problemi digestivi se c’è una cena, un dolore alla gamba se si organizza una passeggiata, terribili problemi di lavoro che lo angustiano al momento di spegnere le candeline.

È tormentato perennemente ma se c’è una festa sullo sfondo il tormento diventa catastrofe.

Il sospetto ti è venuto: in realtà ci gode.

Ebbene sì, ci gode! Gode nel creare piccole crepe che minano la stabilità dell’altrui gioia, e addirittura arriva a non sopportare la propria.

Il compleanno del figlio: tutto è pronto, i palloncini colorati, gli amichetti, i pacchi da aprire … un paio di ore di sorrisi e leggerezza e poi sarà tutto finito. Ma lui no! Non ce la fa a tirare gli angolini della bocca verso le orecchie! No, non se ne parla. Sicuramente troverà un motivo per incupirsi, chinare le spalle in avanti e osservare torvo e pensieroso.

Lo scopo? Semplice: mettere a disagio l’allegra combriccola, farla sentire in colpa di non sentirsi partecipe delle sue disgrazie. Abilissimo, anche grazie al costante esercizio sin dai primi anni di vita, a questo punto sfodererà il piano numero due: il vittimismo eroico.

Cosa farà infatti il nostro bravo guastafeste per evitare di “guastare la festa”? Se ne andrà! “Vi saluto perché tanto non potrei essere di compagnia. Mi dispiace. Continuate pure da soli, divertitevi. Non voglio sciupare la festa!”

Guastafeste non ci si improvvisa, miei cari.

È una dote naturale ma, come abbiamo detto, richiede grande esercizio sin da piccoli. È quello che di solito s’ingrugna in un angolo da cui non lo schiodi neppure con un argano e poi si lamenta con la mamma che gli amichetti non l’hanno fatto giocare. È quello che a Natale s’ingobbisce perché pensava di trovare un’altra cosa dentro il pacco, facendo piombare i genitori in una mera di sensi di colpa.

È quello che in pizzeria osserva le pizze della tavolata e tira fuori la fame nel mondo.

È quello che in discoteca snocciola i dati sugli incidenti per abuso di alcolici. È quello che se baci il cane elenca le statistiche delle catastrofiche malattie che possono portarti a morte, che se ti sposi dopo “auguri” ti dice “… fino a che dura”.

È quello che quando ridi per un film o una battuta esilarante ti guarda come se gli facessi pena e se ne esce con “a me non fa ridere”.

Qual è dunque il problema del guastafeste?

L’egocentrismo – sì, sembra impossibile ma è uno dei campioni in questo tipo di patologia – ma non solo; in esso infatti l’egocentrismo si miscela in un coagulo esplosivo con l’insicurezza.

Facciamo un esempio:

l’egocentrico puro è colui che si sente il fulcro intorno cui tutto ruota, il sole, e tutti gli altri non sono altro che satelliti;

 

l’insicuro è invece colui che in questa sorta di sistema solare dell’inconscio è convinto di sbagliare la rotazione, e per evitare l’errore si ferma;

il guastafeste, perfetto connubio di entrambi, va oltre: lui il sistema solare proprio non lo digerisce, lo trova stupido, pieno di falle e prevede che prima o poi esploderà.

Un egocentrismo che si traduce in vittimismo e fastidio per tutto ciò che sembra procedere filato, senza intoppi, che produce felicità, anche solo per qualche attimo.

Non la digerisce la felicità, neppure la propria, e allora s’impegna a trovare la magagna, e qualora non gli riesca di trovarla, la costruisce ex novo, con le sue stesse mani.

Ma il guastafeste trova soddisfazione in questo suo porsi nei confronti della vita? Assolutamente no! La soddisfazione non è prevista, e per essere sinceri non potrebbe essere altrimenti. È una questione di coerenza; che guastafeste sarebbe altrimenti? Un vero e proprio fallimento.

E ora come tutelarsi dal guastafeste, proprio nel periodo dell’anno in cui esso ha più da fare?

Ignorarlo? Non funziona. Infatti l’essere ignorato coltiva il vittimismo.

Affrontarlo? Già meglio, ma richiede delle capacità di contraddittorio non indifferenti, nonché un grande autocontrollo.

Renderlo partecipe? Ecco, forse questo è più fattibile. Si tratta in buona sostanza di cacciargli a forza sulla testa il cappellino e in bocca la trombetta colorata (sto parlando per metafora, ovviamente!), e lasciare che siano gli eventi stessi a travolgerlo. Per quanto guastafeste consumato possa essere è pur sempre fatto della stessa pasta di chiunque altro e alla fine la gioia acchiappa!

Hai mai notato come reagisce un guastafeste di fronte alle altrui risate? Si trattiene, è evidente; la risata la ricaccia giù per il gargarozzo e fa una gran fatica per tenercela. Deve controllare gli angoli della bocca, quelli degli occhi. Sì, a stento riesce a imporsi il grugno di rito ma se gli arriva una simpatica gomitata è possibile che ceda.

L’hai osservato quando scarta un regalo? Mugugna, fa l’arrabbiato, persino l’offeso, ma gli ridono anche le orecchie!

Hai riconosciuto in questa descrizione qualcuno che conosci?

Non è che … hai riconosciuto te stesso!

Ebbene, possiamo liquidare la cosa con la definizione di “guastafeste” ma la realtà è che sotto sotto c’è una psiche fragile, da non trascurare.

L’insicurezza; innanzitutto bisogna porre rimedio a questa. Una forte insicurezza che arriva al punto di impedire di godere delle cose belle della vita.

Poi l’egocentrismo, ma di questo ne soffriamo più o meno tutti.

Se dunque hai riconosciuto qualche tuo caro, o ti sei tu stesso visto allo specchio, pensa alla possibilità di trarre un aiuto dalla psicoterapia.

Magari resterà, o resterai, un gran rompi @@lle, però almeno sul discorso insicurezza possiamo lavorare con buon margine di successo!

Buon vento … e questa volta non è solo un saluto benaugurale ma una specie di test. Se infatti ti scopri a pensare “già! Buon vento … buon vento un corno, io mi defilo. Voi statevene pure a godervi il vento e prima o poi vi cadrà un vaso sulla testa”, … chiamami immediatamente!

Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Terapie Brevi

Terapia a Seduta Singola

 

 

 

 

 

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