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Facciamo un bel gesto

Se non fossimo animali sociali io non sarei qui a scrivere né tu a leggere.

Io non sarei uno psicologo, anzi, il tuo psicologo di fiducia, e tu … un insegnante, operaio, commesso, avvocato, panettiere, insomma, la persona che sei o hai scelto di essere.

Se non fossimo animali sociali non useremmo i social (che ci casca a pennello), non adotteremmo determinati abbigliamenti, non daremmo al cibo un valore conviviale, non abbelliremmo le nostre case, non sentiremmo la necessità di andare in vacanza.

Siamo dunque animali fortemente sociali, talmente sociali da cercare socialità anche con le altre specie (che purtroppo degenera nello sfruttamento, ma questa è un’altra storia), sociali al punto di essere forniti di default di tutto un complesso apparato atto a comunicare e interagire.

In nome della comunicazione abbiamo forzato le nostre capacità sino a produrre e creare il linguaggio, ovvero l’articolazione dei suoni tesa a riprodurre la realtà materiale e il pensiero, abbiamo inventato la scrittura, che dà forma al suono e lo priva di confini temporali e fisici, e poi ancora abbiamo prodotto cose, di ogni genere, al fine di organizzare lo scambio di materia e pensiero, come il denaro ad esempio, che rende proficua la comunicazione (altro aspetto in cui siamo vittime di degenerazione. Insomma, con i soldi ce stamo ad allargà!).

Quello che però più ci lega al nostro antico io primordiale è il linguaggio del corpo, e in particolare tutta quella serie di espressioni e gesti inconsapevoli, ma proprio per questo terribilmente autentici, che fanno da anello di congiunzione fra l’essere e l’apparire, fra il sentire e il comunicare.

È la nostra fetta animalesca che si palesa, ci smaschera e ci rende squisitamente veri e vivi sotto lo spesso strato di convenzioni acquisite.

Chi fra di noi ha in casa un gatto, ancor più se è tigrato, avrà avuto modo di constatare come proprio le righe e i disegni del suo corpo sembrino in continuo mutamento: vibrano e si rincorrono lungo la schiena nell’atto dell’agguato, sollevandosi mostrano la parte più chiara e nascosta nell’espressione di gioia o difesa, ma soprattutto cerano capolavori espressivi sul muso.

Il cane poi rappresenta una vera e propria apoteosi della gestualità, dalla mobilità degli occhi fino al mondo intero racchiuso in una coda.

Entrambi non possono essere privati del linguaggio del loro corpo e della funzione delle ghiandole che emettono odori e particolari ormoni, in quanto ne rappresentano l’essenza e l’autenticità.

E noi? Noi siamo nudi, o almeno lo siamo ormai da millenni, assai più rigidi e impediti nelle membra; suppliamo però con una ricchezza muscolare del viso che ci permette ogni tipo d’espressione e, al fine di trasmettere informazioni, anche il nostro corpo si mette in azione producendo odori, umori, accelerazioni e rallentamenti.

Comunichiamo l’imbarazzo attraverso il rossore; con il sudore la fatica, la paura e la preoccupazione; mediante la salivazione trasmettiamo necessità primarie quali l’appetito ma anche situazioni di crisi psicologica; e ancora lacrime che denunciano dolore, emozione, gioia e sollievo; incoscienti erezioni e liquidi corporei ci dicono che siamo sessualmente eccitati.

A tutto questo patrimonio genetico, che spesso non ci piace o addirittura ci disgusta al punto di soffocarlo e mimetizzarlo, aggiungiamo fattori esteriori, acquisiti nei secoli secondo usi e culture.

L’abbigliamento è fra essi il più evidente: drappeggiamo sul nostro corpo abiti che esulano dalla necessità primaria di coprirci e denotano invece appartenenze sociali o di ruolo,  gusti estetici e, non ultimo, il rapporto con noi stessi e il livello di sicurezza e autostima.

Analoga funzione ricoprono tutti gli altri accidenti accessori, quali la scelta dell’automobile, l’arredamento della casa, i luoghi da frequentare e la preferenza stessa delle compagnie e frequentazioni.

 

 

Possiamo dunque ritenere che il linguaggio del corpo, antico ed essenziale, si traduca in due fronti:

  • quello più o meno consapevole e legato a una vera e propria scelta: abbigliamento, abitazione, automobile, cura personale, derivato dal contesto sociale e culturale;
  • quello inconscio, connesso con i movimenti spontanei e l’incontrollabilità delle nostre reazioni.

Tutto ciò fa sì che pure attraverso il silenzio possiamo raccontare di noi molto più di quanto immaginiamo.

Non è necessario saper leggere questi movimenti in modo esperto in quanto la comunicazione avviene a doppia corrente, e proprio nella reciproca non consapevolezza risiede il suo valore.

In poche parole noi reagiamo all’istintiva gestualità dell’altro attraverso una nostra altrettanto istintiva reazione.

Ne vediamo assieme qualcuno di questi preziosi gesti?

Innanzitutto dobbiamo avere o immaginare un interlocutore, meglio l’uno di fronte all’altro. Attenzione, non c’è nulla di casuale; ben il 93% della comunicazione è gestita dall’inconscio, che il fatto suo lo conosce anche meglio della logica e del ragionamento.

Labbra e bocca.

Protrarle in avanti, quasi mimando un bacio, accarezzarle con la punta del dito, mordicchiarle, passarvi la lingua, accennare sorrisi, introdurvi qualcosa all’interno, come un’unghia o il cappuccio della biro: indicano attenzione e gradimento, spesso seduzione o disponibilità all’essere sedotti. L’altro, l’osservatore, reagisce rilassandosi e gradendo a sua volta. Stringerle, assottigliarle, alzare un lato del labbro superiore o inferiore in una smorfia, sono inequivocabili segnali di fastidio e disprezzo, e scattano, seppur impercettibili, anche nello sforzo di non manifestarli. La reazione è a sua volta di irritazione e allontanamento.

Occhi.

Strizzarli leggermente, muoverli sull’interlocutore, cercarne la corrispondenza dello sguardo: analogamente al linguaggio delle labbra denotano attenzione, interesse, gradimento, e producono nell’altro sicurezza e rilassatezza.

Puntarli altrove, sul nulla o su particolari del proprio corpo quali le unghie, un anello, oppure su oggetti come l’immancabile cellulare, un bicchiere o una penna, evitare l’incrocio di sguardi, denunciano disinteresse, critica ma anche imbarazzo. Restituiscono irritabilità, disappunto, polemica.

 

Mani.

Noi italiani siamo incontrastati campioni nel muoverle e accompagnarle a ogni sillaba pronunciata. La nostra gestualità è talmente nota da essere spesso oggetto di battute e parodie. Al di là però della gestualità che rende fruibile un discorso pure in assenza di audio (provare per credere, anche attraverso la visone di un filmato qualsiasi), le mani hanno tutta una serie di piccoli e inconsapevoli movimenti che raccontano parecchio del nostro stato psicologico momentaneo. Tamburellare con le dita, spostare oggetti, schioccare le nocche, mordicchiare le unghie, massacrarsi il naso, la pappagorgia, il collo, la fronte, stringerle a pugno, grattarsi come sotto un attacco di rogna, sono i principali e più palesi indizi di tensione, disappunto, desiderio di intervento e controbattuta nel discorso, oltreché di rabbia e fase pre-sbotto. Di contro c’è tutta una loro gestualità legata all’accarezzamento e auto-coccola, come l’arrotolarsi una ciocca di capelli o la basetta, passarvi leggermente una guancia o far scivolare sul dito un anello, che trasmettono segnali indiscutibilmente positivi.

Corpo.

Anch’esso, per massiccio o esile che sia, interviene con il suo inconscio linguaggio: quando attirati, tendiamo a portarlo in avanti, quando irritati o in disaccordo, lo ritraiamo all’indietro, persino nell’atto di stringere una mano, sfiorare con un bacio e ricambiare un abbraccio.

 

 

Braccia.

Più limpide di una goccia d’acqua di sorgente: incrociate = chiusura; dietro alla schiena = allontanamento e distacco; aperte = disponibilità e piacere; distese lungo i fianchi = tranquillità.

 

 

 

E ancora la voce, che modula suoni e intensità ma non solo: i piccoli e ripetuti colpetti di tosse, il raschiare la gola, il fischiettare improbabili e inesistenti motivetti; una sinfonia di note di disappunto.

Non abbiamo la capacità di far vibrare la spina dorsale come i gatti o parlare con la coda dei cani, non produciamo evidenti ferormoni e non siamo in grado di cogliere l’odore dell’adrenalina, ma difficilmente riusciamo a nascondere il nostro vero pensiero.

 

L’infinito universo dei gesti non finisce qui: c’è tutta una gestualità voluta, in parte studiata in parte acquisita: pensa alla cadenza che impongono i politici nei discorsi, scandita come un metronomo con il movimento del braccio e del capo, conferendo una forza d’urto ai concetti espressi; e poi all’accompagnare idee, cose e sentimenti con la relativa mimica facciale ed espressiva(qui, là, ho caldo, ho freddo, è piccolo, è buono, fa schifo); pensa infine a tutto quel patrimonio che definiamo “gestacci”, che si pone come la ciliegina sulla torta all’insulto espresso verbalmente e che ha un suo bel peso pure consumato da solo (dal gesto dell’ombrello al medio alzato, fino alla mimica da stadio). Questi ultimi, sicuramente anche simpatici e diffusi a tappeto in ogni contesto socio-culturale, hanno tutti una matrice sessuale … ma avremo occasione di parlarne, non ora e non qui.

Già lo vedo che state sbuffando e con la mano date chiari segni d’impazienza.

Quello che mi premeva ribadire è che pure il nostro corpo si ribella alla solitudine e all’isolamento. Diamogli retta.

Per cui, buon vento e alla prossima.

Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Terapie Brevi

Terapia a Seduta Singola

Ricevo a Monterotondo (RM), Fonte Nuova (RM) e Online

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