Solitudine e Infinito 2.0

La solitudine.

La desideri o ti spaventa?

È da ricercarsi o da fuggire?

È cosa buona o cattiva?

Sarebbe bene per prima cosa avere chiaro cosa intendiamo per “solitudine”. Ma siamo in grado di farlo?  Siamo in grado di dire se esista realmente, se sia possibile e realizzabile oppure solo un’illusione?

Qual è la tua idea di solitudine?

Propendi per darle una veste materiale, tangibile, tipo lontananza da tutti e da tutto ciò che rappresenta la tua quotidianità, oppure puramente mentale, uno stato d’animo insomma?

Cominciamo con il notare che è una parola – stando al dizionario – nella quale coesistono accezione positiva e negativa.

Prendiamo la prima definizione che compare digitandola in rete:

“Esclusione da ogni rapporto di presenza o vicinanza altrui (vivere in s.) desiderato o ricercato come motivo di pace o di raccolta intimità (cercare la s.), oppure sofferto in conseguenza di una totale mancanza d’affetti, di sostegno e di conforto (sentire il peso della s.)”

Positivo/negativo, materiale/ideale, pace/angoscia … la solitudine è una sorta di poliedro a tante facce, opposte e combacianti.

Idealizzata al parossismo o temuta fino al panico, la solitudine viene comunque troppo spesso travisata, e questo fa sì che se ne perda tanto il valore che l’intrinseca utilità.

Prova a interrogarti: quali pensieri ti provoca il termine “solitudine”? Quali immagini? La ricolleghi a qualche angolo della memoria che contiene un particolare ricordo, un luogo, una circostanza, un quadro, una poesia?

E ora pensa a Leopardi. Sì, proprio lui, il poeta per eccellenza, quello del “passero solitario”, che se ne sta a osservare la vita dalla cima dell’antica torre, tutto solo, storto e bruttarello, meditando sulla sua gioventù che trascorre e sfugge, sprecata nell’isolamento. Ma anche quello dell’Infinito, la più grande poesia dell’anima mai scritta, un capolavoro psicologico in versi, una seduta di psicoterapia da leggere a occhi chiusi.

L’infinito! Cosa c’è di più misterioso, inaccessibile e inafferrabile? Eppure lui, il poeta, riesce a coglierlo, e a immergervisi come in un bagno ristoratore. E cosa c’entra l’infinito con la solitudine? C’entra eccome, perché è la via più immediata per accedervi.

 

 

Ed è proprio ritagliandosi un angolo di  autentica e perfetta solitudine che il poeta riesce a fondere il suo  pensiero con l’infinito. Del resto lo sappiamo tutti che la solitudine con Leopardi ci sta come il cacio sui maccheroni! Questa volta però è diverso: nessuna amara analisi, nessun senso di tormento, rimpianto, perdita, isolamento. Anzi! La mente del poeta solitario per eccellenza, immersa in questa solitudine costruttiva e immensamente bella, dove solo il vento fra le foglie produce suono che ricollega alla realtà del presente, si libera e travalica ogni confine materiale e fisico, per fluttuare nell’immensità, nell’infinito, oltre lo spazio, oltre il tempo.

Abbiamo detto che l’infinito è “al di là del tempo e dello spazio”. Ora però prova a calare la scena al nostro tempo e nei nostri spazi, e vediamo insieme se funziona.

Immaginiamoci un Leopardi “de noj artri”, “der paesello nostro”, come si dice qui a Monterotondo.

Arriva di buon mattino ai piedi del colle, in tenuta ginnica; posteggia, si guarda intorno un po’ smarrito …

Poeta: “Aspetta un po’! ‘ndo stava già  il sentiero per ‘sto colle? Mo’ metto il navigatore. Oppure chiedo a Siri.”

Siri: “Ciao Giacomino. Come posso aiutarti? Dove vuoi andare? Ermo colle? Ok, sì, conosco. Ho capito. Imbocca la prima stradina a destra. Svolta a sinistra – e ora a destra – sali per cento metri – Arrivato a destinazione!”

Poeta: “Figo! Ammazza però che faticata! Non me lo ricordavo così … ermo; ‘tacci sua!”

Siri: “Ignorante! Ermo vuol dire “solitario”, non “ripido”!”

Poeta: “Vabbè sapientona, solitario o ripido, mi sono stancato uguale!”

In effetti il Nostro, che senza la macchina non va neppure a prendere il caffè,  c’ha il fiatone. Ci mette un quarto d’ora buono per riprendersi. E finalmente la vede: la siepe! Eccola lì, sempre allo stesso posto. E pure le piante sono le stesse, e anche il venticello.  Proprio un … buon venticello, mi sentirei di dire! Se lo sente scorrere sul viso …

Poeta: “Ora, da copione, dovrei udire il vento stormire fra le piante, ma io non odo un fico secco!”, pensa il nostro annusando l’aria. Sfido! Ha gli auricolari ficcati fin dentro ai timpani!

Vabbè, pazienza. Che pace! Che solitudine!

Quella siepe, che “il guardo esclude”, ha un fascino irresistibile, e da sola vale  tutta la faticata. Che pace! Che solitudine! Oltre la siepe non si vede un bip, però quel bip deve essere senza dubbio “l’infinito”. E scusate se è poco! E cosa fa l’essere umano del 2000 quando si trova a un passo dall’infinito?

Chiude gli occhi e interroga la sua anima?

Scrive una poesia indimenticabile,?

No! … si fa un selfie, è ovvio!

Poi controlla se c’è campo, agitando il cellulare in aria come se fosse la vispa Teresa, e appena compare una tacca condivide su instagram o facebook: la siepe, l’ermo colle, l’ultimo orizzonte e compagnia bella, magari con la didascalia “L’infinito”.

Ora non resta che sdraiarsi sotto alle fresche frasche e attendere. In solitudine. Attendere reazioni e commenti, cuoricini e pollici ritti, faccine e coriandolini.

Che meraviglia, che pace. Che solitudine!

Solitudine? … ma quale solitudine?

Ora ti chiedo di avere pazienza ancora un attimo. Torniamo a essere seri.

Siamo animali sociali, per natura: è grazie a questo che abbiamo sviluppato il linguaggio, la società, la  famiglia, il denaro. La solitudine non ci si addice, ed è per questo che in fondo ne abbiamo paura.

C’è però una solitudine non solo buona, ma necessaria, un po’ come il digiuno. È quella, comunque occasionale, che ci permette di porci faccia a faccia con la nostra parte più intima e immensa, altrimenti inafferrabile; è quella che ci conduce a intavolare un dialogo con l’anima. Una solitudine che assomiglia a una sorta di liberatorio “digiuno sociale”.

Eppure questa solitudine buona, costruttiva e indispensabile per evitare l’indigestione di stimoli, rischia di diventare sempre più inafferrabile, quasi impossibile, mentre cresce la solitudine cattiva, quella che il vuoto lo crea dentro.

Siamo interconnessi. E questo va bene; è una grande conquista. Però così non siamo mai soli! Mai, non solo sull’ermo colle, dove potremmo sviluppare poesia e pensiero, ma neppure in bagno!

Non spegniamo mai il telefono perché abbiamo paura di rimanere da soli, e allo stesso tempo ci mettiamo gli auricolari per restare da soli! C’è qualcosa che non va. Sei d’accordo?

La soluzione, o meglio, una delle soluzioni, è provarci: lasciarsi andare sull’ermo colle, anche solo con la mente, adagiarsi sulle ali del vento, annegare il proprio pensiero nell’immensità, e naufragare dolcemente nel suo mare.

L’altra soluzione è nel cercare un aiuto concreto e professionale attraverso la psicoterapia.

Comunque sia … buon vento!

Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Terapie Brevi

Terapia a Seduta Singola

Ricevo a Monterotondo (RM), Fonte Nuova (RM) e Online

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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