Quando 1+1 fa 0

Che sia bella non possiamo dirlo; frasi, aforismi … tutti un’enorme ipocrisia.

Sì, lo è il primo giorno, e non solo bella ma addirittura elettrizzante, ma poi passa. Parliamo della scuola.

Lo zainetto fiammante che susciterà invidie che inceneriscono, il portapenne con i pupazzetti che guai a chi oserà toccarlo, il giubbottino e le scarpette nuovi di zecca, la manina nella manona, l’amichetto accanto con cui si ridacchia mentre si cerca di non perdersi in mezzo a quella folla che si accalca davanti al portone, qualche selfie … e la vita ha inizio.

Qualsiasi bambino alla domanda “allora? Ti piace”, al primo giorno di scuola risponderà “Sìììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììì”.

Dopo un paio di volte il “Sìììììììììììì” avrà perso qualche ‘i’, a distanza di una decina di giorni, pure la ‘s’ sarà diventata minuscola e in capo a un mese sarà sostituito da un semplice cenno con la testa e una smorfietta. Dopo la metà dell’anno vedremo il nostro ragazzo ciondolare mesto, trascinando un fardello che … no, non è lo zaino!

L’entusiasmo del primissimo giorno di scuola si rinnova, opportunamente limato e ridimensionato, all’ingresso alle medie, e poi alle superiori. Più che di un vero e proprio entusiasmo si tratta di una sorta di inebriamento per la novità, più fugace di un alito di fumo: il primo germe di età adulta, la mano libera da quella del genitore, il percorrere soli quel tratto di strada, i primi pruriti ormonali che fioriscono in brufoli.

No, la scuola non piace, e dobbiamo ammetterlo. Non piace a loro, non piacerà ai loro figli e non è piaciuta a noi. Se per caso stai pensando che a te invece piaceva una cifra, … dammi retta, hai bisogno di un urgente consulto con uno bravo, e se non ti offendi, mi sponsorizzo: chiamami, vedrai che insieme la risolviamo!

Quindi, fino a qui nulla di anomalo.

 

 

È attraverso i “che palle!” che si cresce, non sulla scia dei botti dei fuochi d’artificio.

 

Quand’è invece che il “che palle” muta le sue sanissime fattezze in “problema”?

Quando a esso si sostituisce il “NO”.

 

La pancia. Improvvisamente diventa fragilissima. È il primo sintomo di male nel bambino, che al risveglio rinnova ogni giorno crampi lancinanti che i sintomi di una peritonite fulminante a confronto sono una festa in maschera. Se poi è una ragazza, dopo il primo sviluppo avrà una sorta di ciclo perenne.

Perché?

Perché quel massaggino al pancino che la mamma ripete come un rosario dal primo istante della nascita, diventa la più sicura e atavica arma di ricatto. Al mal di pancia nessuna madre è in grado di resistere! Almeno, così accade fino a che emerge che quel pancino non nasconde alcuna patologia particolare …, e allora il dolore si sposta alla testa.

Si è fatto astuto il ragazzo! Il mal di testa è un sintomo molto meno indagabile, assolutamente inconfutabile. Se c’è, c’è! Cosa obiettare? Chi può obiettare?

 

Succede un giorno? Due? Dieci?

Ok, tutto nella norma del famoso “che palle!”. Su quei dieci giorni è pure possibile che almeno un paio di autentico dolore di pancia e di capo ci siano: un’influenza latente, qualche diottria che se ne va, un ciclo particolarmente intenso. I restanti due terzi vanno ricercati in una verifica per la quale non si è preparato, nell’interrogazione a sorpresa, nel 4 da giustificare, in qualche problema con i compagni. Ci sta!

Ma quando a essere contati sulle dita delle mani sono i soli giorni SÌ? Possiamo allora affermare che la faccenda si fa seria.

Quello che di primo impatto appare come un “mal di scuola”, sottovalutato e di conseguenza trascurato, o comunque mal affrontato, può trasformarsi in autentico male sociale, con ripercussioni anche gravi nel futuro.

Innanzitutto da “male” degenera in “rifiuto” e apre la strada a un circolo vizioso a ingranaggi:

Cosa fare? Come comportarsi dunque? Non è facile:

  • è chiaro che deve andare a scuola, esiste pure un obbligo di legge;
  • però sta male … e più viene obbligato più i sintomi si acuiscono;
  • allora provi a tenerlo a casa, almeno per un po’ (in fondo, anche la prospettiva di perdere un anno non è la fine del mondo!);
  • sembra subito rilassarsi, stare meglio, ma ogni volta il rientro sarà più doloroso.

Le cause?

  • insicurezza;
  • disagio nella socializzazione;
  • eccessivo attaccamento all’ambiente familiare;
  • scarso rendimento scolastico;
  • esagerate aspettative da parte della famiglia;
  • episodi di bullismo;
  • difficoltà ad accettare le regole;
  • scarso dialogo in famiglia;
  • problemi familiari;
  • insicurezza relativamente al proprio aspetto fisico;

 

 

Insomma, le cause sono praticamente infinite e, a parte alcune eccezioni, non è indagando all’esterno che è possibile scovarle.

Il problema va ricercato ed eliminato alla radice, ovvero nello stesso ragazzo e nell’ambiente familiare che ancora è sua parte integrante.

L’efficacia della soluzione (che c’è, tranquillizzati!) necessita invece di un coinvolgimento decisamente più corale, nel quale anche gli insegnanti hanno un ruolo fondamentale.

Un primo passo che puoi fare?

Non chiuderti girando e rigirandoti nel problema come un criceto nella ruota.

Esci allo scoperto, parlane con i maestri, cercate di individuare insieme quelle circostanze, quegli atteggiamenti, quelle lacune che non sono ancora emersi.

Anche la scuola offre validi appoggi psicologici, ma forse è più prudente iniziare un percorso al di fuori, senza per il momento coinvolgerlo direttamente.

Insomma … già è un problema mandarcelo, se poi lo si spedisce pure dentro all’aula dello psicologo d’istituto …! Inoltre non è affatto da escludere che il “problema” sia proprio tu.

Ricorda quindi che io sono qui, e insieme possiamo cominciare a indagare come soffia il vento …

e vedrai che sarà sicuramente un Buon vento, … e, se non lo è, potremo fare in modo che lo diventi.

 

 

 

Federico Piccirilli

Psicologo Psicoterapeuta

Terapia Breve

Terapia a Seduta Singola

CONSIGLI DI LETTURA:

Recalcati M., Il segreto del figlio, La Feltrinelli

Pennac D., Diario di scuola, La Feltrinelli

 

 

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