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Ho perso l’aereo, arrivo tra un pò, in limousine!

Non appena ho scritto il titolo di questo articolo mi è venuto in mente un episodio raccontato da una persona, “capitata” nel mio studio tempo fa.

Un giorno l’insegnate di danza disse alla figlia dodicenne che ormai, aveva “perso l’aereo”.

La ragazzina, con quell’innocenza e stupore che solo una bambolina piena di riccioli biondi e con lo sguardo immenso color sottobosco può permettersi, candidamente rispose: “ok, l’avrò anche perso ma arriverò … magari un po’ più tardi, ma arriverò comunque, e in limousine!”

 

Ovviamente l’acida e rinsecchita maestra si alterò alquanto e accusò la
passeggera ritardataria di soffrire di “ego espanso”, chiudendo il suo spazio aereo. Se poi veramente si trattasse di ego espanso o come esso sia correttamente definibile e riconoscibile, ne parleremo un’altra volta; per ora fermiamoci in aeroporto.

 

Cosa significa prendere/perdere/ri-prendere l’aereo?

Quali possibili scenari si aprono quando resti con la valigia in mano a guardarne il decollo?

La questione può essere affrontata su due fronti: quello reale e quello metaforico. Ma non è che forse coincidono? Cerchiamo di capirci qualcosa.

Reale– Ok, è capitato a tutti o capiterà. Hai perso l’aereo.

Che diamine c’entra lo psicologo? E invece c’entro pure io (piccola barzelletta: “Scusi, che ora è?” Lo psicoterapeuta guarda il suo polso e risponde: “Mi spiace, ma ho dimenticato l’orologio a casa! Comunque parliamone…”).

  • Caso 1 – sotto sotto è meglio così …

La colpa è tua che hai fatto tardi, o della compagnia che non ha avvisato correttamente delle variazioni.

Se il tuo attardarti fino a vederlo partire sotto il naso è inconsciamente voluto, oppure se ti crolla il mondo addosso manco avessi perso l’ultima scialuppa prima del naufragio, allora direi che sforiamo proprio nel mio campo.

Potevi prenderlo … quella puntatina in bagno dell’ultimo minuto puzza un po’ di scusa perché il timer della tua vescica contava ancora parecchi minuti prima dell’esplosione.  Forse la meta di quel viaggio ti spaventava: un cambiamento nel lavoro che non te la senti di affrontare, una persona che ti avrebbe accolto a braccia aperte ma alla quale non sai come dire “è stato bello ma ora … non me la sento più”, una situazione difficile che non volevi affrontare. Ci sono più motivi possibili che stelle in cielo perché tu cercassi di evitare quel viaggio, anche il più banale fra essi, la semplice aviofobia.

Sudore freddo, mani sudaticce, palpitazioni, salivazione azzerata, voci e rumori che si allontanano, affievoliti e ovattati. Osservi gli altri passeggeri sorridenti e calmi come se stessero facendo la fila per cappuccino e brioche, il personale di volo, di una perfezione quasi irreale, tanti Ken e Barbie con sorrisi a 32 denti. La tua mente li rielabora: tutti potenziali kamikaze o cannibali del disastro delle Ande del lontano ’72.
Te la sei data a gambe, ammettilo!

 

  • Caso 2 – no no, l’hai proprio perso!

Ma no, Federico! Quel viaggio era per me importantissimo. L’ho pianificato per giorni, ho preparato tutto con cura. La mia vita è svanita nel rombo dei motori accesi … e ora non so cosa fare!
… e vai di respiro affannato, occhi cerchiati, palpitazioni e battiti a rischio attacco cardiaco. CALMA! Stai avendo un attacco di ansia bello e buono. Esiste sempre un piano B, ricordalo, altrimenti non si chiamerebbe ‘B’. Questo non convincerà il pilota a fare inversione a U per venirti a riprendere ma sicuramente aprirà nella tua mente quello sportellino, troppo spesso dimenticato e con i cardini arrugginiti, che si chiama “soluzioni possibili”. Siediti, bevi qualcosa, tira pure giù qualche santo se ti fa stare meglio, e poi fai quello per cui sei nato: ragiona. Vedrai che, anche se l’adolescenza l’hai passata da un pezzo e possiedi una bella pelata al posto dei riccioli biondi, arriverai a fare come la figlia della mia amica, prenderai una limousine in affitto.
Non è che sotto sotto ti scoccia ammettere che tieni sempre socchiusa la porticina del ‘piano B’ e sottomano il numero delle limousine in affitto semplicemente perché, come il collega del caso n. 1, preferisci restare con i piedi per terra e sei solo vittima di una malcelata aviofobia?La tua irrazionale reazione ansiosa mi spinge verso questa ipotesi. Ma si sa, sono uno psicologo!
Pure tu, ammettilo, te la sei data a gambe!

Metaforico – Lassù c’è un mondo sconosciuto, e ostile.

E qui non ci basta lo spazio aereo per contemplare l’immensa simbologia connessa all’argomento, dobbiamo addentrarci nell’iperspazio. Senso di frustrazione, d’inadeguatezza, sensazione di fallimento, spirito di rinuncia, paure, paure e ancora paure … dell’incognito, del cambiamento, della perdita di certezze, del tempo che passa, del futuro.  Un atteggiamento che rasenta l’infantile.  Tu vuoi perdere l’areo, il treno, il tram, la coincidenza e pure la limousine. E chi ti smuove? Il tuo guscio è sicuro, oltre … chissà?

Soffri di una sorta di aviofobia metaforica, che ti induce a non prendere mai il volo. Il biglietto tu proprio non lo compri, o se lo compri lo chiudi nel cassetto.

Tutti siamo opere d’arte. C’è però chi si limita a essere un affresco, fuso con panorama, e chi decide di vivere da bassorilievo, mezzo staccato e mezzo aggrappato al fondale. Ci sono poi le statue, a tutto tondo, libere di essere osservate da ogni lato, ma immobili e attaccate alla base, senza la quale non si reggono. Ci sono infine i danzatori, belli e leggeri, che sfruttano lo spazio liberi di gestire ogni dimensione.

Rompi il setto, staccati e comincia a danzare. La senti la musica?

All’aviofobia c’è rimedio, tanto a quella fisica che a quella morale, e vedrai che in tempi brevi e con facilità sarà solo un ricordo, del quale magari riderai.

Vuoi cominciare adesso, a ridere ovviamente?

In realtà si chiama anche aerofobia.  Io preferisco non usare questo termine perché, per esperienza, conosco le triviali ilarità da bar che provoca  l’assonanza con un altro tipo di sindrome, decisamente più fastidiosa e imbarazzante e meno socializzante, che elude le mie competenze!

Immagina la scena:

Ma come? Sei ancora qua?

… tra “ob” e “ag” sbagliarsi è un attimo, tanto nel pronunciarlo che nel capirlo.

Già! Purtroppo mi è venuto uno dei miei soliti attacchi di aerof –ob/ag-ia!

Che tu l’abbia effettivamente detto, o che gli altri l’abbiano recepito, o maliziosamente voluto recepire così, poco cambia. Se vedi farti il vuoto intorno, fra risatine e gomitate, ebbene l’equivoco è compiuto.

Usa “aviofobia”, al limite rischi che qualcuno se ne esca con il solito “e che roba è?”, oppure, se proprio è in vena di spiritosaggini, snoccioli qualche battuta sulla paura dei volatili, ma se è svelto di comprendonio, afferrerà “al volo”!

Buon vento … e niente battute o vi depenno dalla newsletter!

 

La psicologia è un’opportunità, un’opportunità di ripartire.
(Jacques Lacan)

 

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