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La fossa dell’Io

È un suono profondo, breve, una sorta di gemito, quasi alieno, che abbraccia frequenze che vanno dai 38 agli 8.000 hertz, dal più basso e cupo dei suoni fino a picchi altissimi metallici che trapassano come lame. Ascoltarlo restituisce una sensazione di trascendente sgomento e il respiro si ferma per qualche secondo. Questo suono arriva inaspettato da dove non c’è traccia di vita, almeno apparentemente, dove il buio è talmente profondo da assumere peso.

 

Se vuoi avere anche solo una vaga idea, puoi ascoltarne una sorta di riproduzione qui.

È il suono del più profondo degli abissi,  registrato dal regista Cameron, quello del Titanic per intenderci, profondo conoscitore del mare e suo appassionato studioso nonché terzo uomo di tutti i tempi ad averne raggiunto il fondo, nel corso di una spedizione del 2012 volta a carpire i segreti della più misteriosa delle depressioni del nostro pianeta, la Challenger Deep, meglio nota come Fossa delle Marianne, al limite fra il Mare delle Filippine e l’oceano Pacifico. In quel baratro che copre 11.000 metri di profondità, le sue sofisticate telecamere hanno restituito un panorama desolato, spettrale, simile all’infinito dello spazio inesplorato e ancora inesplorabile, dove ogni soffio di vita cessa di esistere.

Tranquilli, non ho intenzione di togliere scena e lavoro all’ottimo Alberto Angela, ma solo porre l’accento sulle analogie che ci sono fra i nostri piccoli e infiniti “io” e la nostra grande Madre Terra.

Depressione” è un termine prestato dalla geologia, laddove indica un abbassamento della superficie terrestre in rapporto al livello del mare.

Tutto ciò che sta al di sopra di tale livello è il nostro mondo, del quale usufruiamo per nostra stessa natura, al di sotto se ne apre un altro, altrettanto variegato ma più estraneo. Continuando nella nostra analogia e tenendo fermo il livello del mare come punto di partenza, vediamo come vi sia una fascia di cosiddetta “normalità”, direttamente fruibile ed entro il quale riusciamo ad adattarci senza sforzo: un’infinità di colori, forme e suoni che scandiscono la nostra vita, nel lavoro, nello svago, all’interno dei quali ci muoviamo con naturalezza, scalandone i picchi più alti e talvolta indagandone le profondità.

Come tanti microcosmi anche noi abbiamo giorni e notti, estati torride e rigidi inverni, tramonti struggenti, distese di prati fioriti ma anche grigie e inquinate periferie, vette da conquistare e corroboranti immersioni. Dobbiamo faticare per arare il nostro personale campicello, che ci dà da vivere, e troviamo riposo in una semplice passeggiata in riva al mare.

Ma cosa c’è al di sopra e al di sotto di questa presunta “normalità”? Anche qui è utile ricorrere all’allegoria. Al di sopra, là dove non potremo mai arrivare, da sempre proiettiamo la perfezione, l’assoluto, il Paradiso; sotto, in quell’abisso che tanto ci spaventa, l’Inferno.

Ci aveva visto lungo Dante nella sua rappresentazione dell’animo umano, realizzando la più articolata infografica del nostro io più profondo.

 

Nel cammino della vita siamo un po’ tutti borderline; ci muoviamo con disinvoltura in quella fascia che ci è familiare ma talvolta ci troviamo a camminare sui bordi del baratro, e per non precipitare è necessario che non ci distraiamo per non perdere l’equilibrio.

In quest’ottica, il Sommo mi appare più come un illustre collega che non come il Poeta, e la sua opera tratteggia alla perfezione la discesa verso quel nulla che oggi viene definito “il male del secolo”, la depressione.

Sul fondo del nostro animo, attraverso un percorso che da lieve diventa sempre più arduo e opprimente, non troviamo altro che quel grido di dolore registrato da Cameron, un grido di cui non conosciamo la natura ma che al contempo ci rivela che un qualche cosa deve pur esserci.

 

Come ci sei finito in quel nero profondo?

  • Forse inconsapevolmente lo hai cercato, perché la realtà non ti bastava o la ritenevi insoddisfacente, come Ulisse che sfida le Colonne d’Ercole? Ricorda che il più astuto dei naviganti della storia di tutti i tempi ha comunque trascinato con sé anche coloro che lo seguivano e in lui avevano fiducia, e, a dirla tutta, non sembra un granché entusiasta dell’esperienza, almeno come la racconta al nostro buon Dante nel XXVI canto dell’inferno. “Infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso”, così termina il suo intervento,  senza dirci null’altro su che cosa vi abbia realmente trovato, oppure se ne sia valsa la pena.

 

  • Hai giocato al funambolo, tirando la corda del destino e confidando un po’ troppo  nelle tue capacità, come un nuovo Dean Potter, l’uomo che sfidava la vertigine e vi ha trovato la morte? Capita, quando ci si sente troppo sicuri e si azzarda un passo troppo lungo per la gamba.

 

  • Ti sei semplicemente sbagliato, è stato un incidente? In realtà cercavi solo una scorciatoia, e senza accorgetene ti sei ritrovato in un percorso buio; non hai visto il burrone che avevi davanti e ci sei finito dentro.  Anche questo capita.

 

 

 

  • Sei stato spinto? Già, anche questo è plausibile, succede per molte cause esterne: lotta per la sopravvivenza, invidia, scherzo idiota e persino per troppo amore. Tu ti fidi, o non hai la forza e la possibilità di reagire, di importi e rimanere in bilico, insomma non hai alcun appiglio a disposizione, e allora basta una semplice spinta, anche leggerissima, per farti precipitare. Anche la totale assenza di peso di una farfalla assume la potenza di un proiettile, come nello struggente romanzo di Erri de Luca.

 

 

… e ora un’altra domanda.

A che punto sei del baratro?

  • Sei rimasto aggrappato a metà e annaspi e gridi per farti notare da qualcuno che possa tenderti la mano?
  • oppure hai toccato il fondo, dove pure il nero è pesante, dove nessuno può aiutarti perché neppure è in grado di scorgerti?

Ecco che cos’è quel suono alieno che arriva dal nulla degli abissi. Sei tu, è il tuo io che chiede aiuto.

 

 

 

In quel  modulare i toni dal più basso al picco acuto e metallico, mette in atto tutte le possibili strategie per farsi sentire; ti lancia un messaggio:

Ascoltami, sono qui, sono vivo, fammi risalire!

E ora ascolta bene anche me …

di depressione si guarisce. Per quanto profonda e cupa sia, se ne esce. In fondo è lapalissiano, se c’è stato un modo per discendere ce n’è sicuramente uno per risalire!

Certamente non verrà a tirarti fuori Cameron, dopo aver carpito il tuo grido. Se ti accontenti posso però farlo io; non possiedo sonar sofisticati ma con skype me la cavo piuttosto bene.  Possiamo iniziare così, in modo che io possa capire se è sufficiente che ti tenda una mano, oppure se devo procurarmi una scala a pioli o una corda bella lunga.

Non posso garantirti che la risalita sarà facile: potrebbe richiedere più tiri e appigli oppure essere sufficiente un forte strattone. È solo lanciandomi il tuo segnale che potremo capirlo, insieme. A un certo punto vedrai emergere la luce; dapprima solo un puntino, poi sempre più grande fino a esserne investito.

La depressione è sì il male del secolo, ma dovremmo chiederci, di quale secolo?

È la malattia oscura che tormenta l’uomo da sempre, in tutti i secoli e millenni che sono trascorsi sulla terra.

È connessa alla nostra stessa natura, straordinariamente complessa e insaziabile, che si nutre di domande e incognite come di paure di fallimento.

In fondo, che la soluzione esiste non sono solo io a dirtelo ma lo stesso Dante, che ormai ho promosso a emerito collega, profondo conoscitore dell’animo umano e sapiente guaritore:

E quindi uscimmo a riveder le stelle” Inferno XXXIV, 139

Con questi versi chiude la sua discesa nel baratro e, come me, ti tende la mano alla luce.

… e dove c’è luce c’è aria, e dove c’è aria si respira, e dove c’è aria e respiro c’è vento …

dunque … buon vento.

 

Suggerimenti di lettura:

 

Nardone G. (1994)
Manuale di sopravvivenza per psico-pazienti

Yapko MD. (2002)
Rompere gli schemi della depressione

Gullotta G. (2010)
Lo psicoterapeuta stratega. Metodi ed esempi per risolvere i problemi del paziente

 

 

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