Caro diario anzi Caro social anzi Caro Me

C’era una volta il “Caro diario”. 

C’era una volta la proibizione assoluta di leggerlo.

C’era una volta un lucchetto.

E ora?

Ora ci sono i social, i nostri “caro diario” in versione moderna e multimediale.

 “Caro diario”, lo si scriveva nel buio della sera, badando bene che nessuno vedesse, sbirciasse, e riponendolo con cura in un nascondiglio a prova di madre e fratelli.

Il diario era talmente di moda da venir pure regalato, in belle confezioni con tanto di luccicante lucchetto e mazzo di chiavi. I più prudenti usavano pure il famoso inchiostro invisibile, persino il succo di limone, come insegnavano nonne e mamme.

A cosa serviva il diario? In realtà si passava attraverso diverse fasi: dal semplice “caro diario, oggi ho mangiato la pasta al forno” fino al più complesso “lo amo” o “non sopporto più mia madre”, per arrivare al melodrammatico “il mondo non mi capisce”.

Vessillo dell’adolescenza il diario racchiudeva noi stessi, dalla banalità delle semplici azioni quotidiane ai più intimi segreti.

 Ma perché una persona, per quanto nel pieno della contraddizione che regna sovrana per la sua giovane età, dovrebbe affidare a una biro e a qualche pagina il racconto di se stessa? Per paura di un improvviso attacco di Alzheimer che getti nel dimenticatoio tutto? No, non credo. E allora che senso può avere raccontare se stessi a se stessi soltanto?

Vi svelo un segreto: nessun diario è mai stato scritto per non essere letto da altri occhi. 

Sì, è proprio così. I lucchetti, i nascondigli, la terribile offesa di una possibile violazione … tutte palle! 

Il diario veniva scritto perché fosse violato, dalla madre, dagli amici, dalla signora delle pulizie, insomma l’unica cosa che il diario è in grado di nascondere è l’inconscio desiderio di rivelare al mondo noi stessi, la nostra esistenza, dalle più piccole e insignificanti cose ai più nascosti e inconfessabili pensieri.

Il diario è una confessione muta: chi si ama, chi si odia, chi ci è amico, cosa ci piace, cosa sogniamo, di cosa abbiamo paura.

Noi le conosciamo bene tutte queste cose, le viviamo, le ripetiamo a mente di notte, sono gli altri a ignorarle, e questo non è che ci piaccia un granché. E allora ecco il diario, a svelarci, un chiaro segnale per dire: “ecco, io sono qui dentro ma se hai bisogno di frugarci dentro per capirmi, sei alquanto limitato. Vergognati”. 

Un diario mai trovato e letto di nascosto è un diario fallito, senza senso.

 Ne volete la prova?

Facebook, o Instagram se preferite. 

Che cosa sono infatti se non “diari” sbattuti in faccia al mondo?

Quante volte, ascoltando in tv l’intervista a questo o a quell’altro personaggio famoso che mette a carte scoperte ogni suo pensiero, dal banale racconto d’infanzia all’idea politica, religiosa, sociale, che rivela i suoi sogni o i suoi problemi, quante volte ci siamo scoperti a sognare “se potessi parlare io direi …”?

Attraverso i social diventiamo tutti VIP; l’egocentrismo, non inteso come patologia ma come vero e proprio “ego” attorno cui ruota il mondo intero, nei social si sublima e restituisce finalmente un diario a tutti gli effetti sbirciabile e condivisibile, oltreché, almeno così crediamo, totalmente controllabile secondo le nostre esigenze.

Quando, secondo il vecchio sistema del diario scritto, si confessava “non sopporto più mia madre”, “mio padre è uno stronzo” oppure “la mia migliore amica è una falsa, una vipera”, lo si faceva quasi sperando che le parole esorcizzassero la situazione e, ribadisco, nella speranza inconscia che quella madre, quel padre, quell’amica, effettivamente in colpa, insopportabili, stronzi e falsi, lo vedessero e si ravvedessero. Al limite che passassero un bel quarto d’ora di autentico pentimento condito da mea culpa e vergogna.

Ora è più facile, e decisamente più efficace. Lo si scrive in rete, magari a mo’ di indovinello “e ora vediamo se l’insopportabile, lo stronzo, la vipera, si riconoscono, oppure se qualcuno li riconosce e glielo fa sapere!”

Si apre così una sorta di toto scommessa a suon di like e faccine: faccina triste = ti capisco, faccina che ride = bravo, se lo merita, faccina rabbiosa = è vero, è uno stronzo, lo so pure io.

La nostra contraddizione, nata appunto con quel lucchetto privo di senso, raccoglie l’apice nella fatidica frase: “tanto lo so che sbirci il mio profilo. Ma farti una padellata di cavoli tuoi?”

Già, perché tu ovviamente stai sui social, scrivi tutto ciò che ti passa per la testa, compresa la condivisione della merenda o dei più intimi momenti, ti ammazzi di selfie con il cane, con la focaccia fra i denti, con il bacio appassionato, con il medio alzato, e poi ti lamenti che gli altri ti vedano, interagiscano, commentino?

Certo, non fa una grinza. 

Ma non lamentiamoci, questa non è altro che l’eredità del famigerato diario, lasciato in bella mostra sulla scrivania, magari aperto o comunque non messo sotto chiave, con la fatidica frase “mia madre non mi capisce!. E dal momento che la madre lo leggeva? Doppiamente stronza, per aver violato e per aver avuto bisogno di leggere per capire!

Sì, ho parlato di egocentrismo, oggi sublimato attraverso i social, e lo ribadisco: non c’è nulla di sbagliato nell’egocentrismo.

Parlo ovviamente di un egocentrismo sano, quello che pone giustamente ciascun essere vivente al centro del mondo ma solo in ragione di se stesso, del suo pensiero che non può che essere, in questo senso, “egocentrico”.

Se l’affermazione vi suona il qualche modo forte pensate un attimo alla religione, facendo appello alle reminiscenze  del catechismo. Piccola ma importante precisazione: non è questione di fede! La fede non c’entra nulla in quello che sto per dire, ma solo la comprensione di un significato profondo.

“Ama il prossimo tuo come te stesso”

Queste parole sono dell’evangelista Marco, attribuite a Gesù che risponde agli scribi nel Tempio a riguardo dei comandamenti.

Come te stesso” afferma. Quindi l’icona universale della fratellanza e dell’amore condiviso fra tutti gli uomini afferma che il più alto grado di amore che possiamo raggiungere è quello per noi stessi. La meta è dunque quella di equiparare a questo grado supremo pure l’amore verso gli altri, il prossimo; ma questa è altra storia e a noi non interessa, almeno qui e ora.

Insomma, se lo dice pure lui non dobbiamo vergognarci o sentirci in colpa se ci sentiamo al centro del mondo! pastedGraphic.png

Resta un’ultima cosa da chiederci. Ma l’io vero è quello della vita reale, materiale, o quello che sbattiamo senza troppi complimenti sui social?

Una frase che viene in questo periodo ripetuta spesso, o meglio postata, è: “gente che si fa gli auguri su fb, si manda cuoricini e bacini, poi se s’incontra per strada manco si saluta!”

Il fenomeno è vero e tutti ne abbiamo le prove. La domanda però è: quale dei due atteggiamenti ci rispecchia maggiormente? È ipocrisia multimediale oppure una sorta di blocco materiale?

I vecchi diari e i nuovi post sono verità o menzogna? Libertà o finzione?

 Oppure magari non è che diari e social sono una sorta di auto-seduta di psicoterapia? Che ognuno di noi ha dentro di sé una sorta di Federico Piccirilli miniaturizzato che vorrebbe ascoltarlo, se solo sapesse e volesse confessarsi?

Attendo i vostri commenti e ne approfitto per augurarvi ancora una volta, in modo sincero, buon vento 😉!

 

 

 

Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Terapie Brevi

Terapia a Seduta Singola

Ricevo a Monterotondo, Fonte Nuova e Online

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