Aspetto un’ora

C’è stato un momento della mia vita, in cui mio figlio si è avvicinato a me e mi ha chiesto: “Papà ma tu che lavoro fai?”. Ho pensato che per un bambino fosse complicato dire “Papà fa lo psicologo”, sappiamo tutti che i bambini (ma anche gli adulti) interpretano la realtà in un modo tutto loro. Quindi in pochi secondi ero chiamato a rispondere in modo semplice, chiaro e diretto, per questo gli ho risposto: “Aspetto un’ora”. Lui mi ha guardando in modo strano e, quasi alla Carlo Verdone, mi ha detto: “Papà, in che senso?”.

Già… in che senso? Trascorro un’ora sia con le persone del mio studio di Monterotondo sia con quelle che seguo online. Un’ora. Un’intera ora. Hillman nel suo libro “Le storie che curano” dice: “L’intera attività terapeutica è in fondo questa sorta di esercizio immaginativo che recupera la tradizione orale del narrare storie: la terapia ridà storia alla vita”.

E allora cosa succede in quell’ora? Succede che in quella stanza o attraverso quello schermo passano storie, racconti, percezioni… Quella del raccontare è un’azione che facciamo fin da piccoli, da quando comincia il nostro senso di sé e abbiamo giusto quella manciata di vocaboli per poter dire qualcosa di noi. Ci raccontiamo da sempre, attraverso le parole ma anche con i nostri gesti, con il nostro fare. Siamo come libri aperti, che gli altri possono leggere e anche, e soprattutto, noi. All’inizio di ogni terapia abbiamo sempre poche parole o forse troppe. L’inizio di una terapia è come un rotolo di scotch, al quale non si riesce più a trovare il capo, è come un cubo di Rubik scombinato, è come il filo da infilare nell’ago…

Intorno al falò del terapeuta

Il bisogno dell’uomo di raccontarsi è molto antico, quasi un istinto. Gli uomini hanno creato le loro rispettive culture attraverso i miti, i racconti, le favole, le storie. Raccontarsi è il modo attraverso il quale ognuno di noi ha traccia di sé e può definirsi. Ciascuno di noi, ogni giorno, si narra rispetto alle imprese che compie, dal come ha trascorso la giornata, al come ha superato un imprevisto, rispetto a eventi vissuti come noiosi o sorprendenti fino ai traguardi raggiunti che ogni persona sceglie per sé…. Ci raccontiamo sempre ed è dalla forma dei nostri racconti, dei nostri vissuti, delle nostre narrazioni che ciascuno può avere traccia di sé, della propria vita, della propria storia. È un definirci. È avere un’identità. È sentirci.

Quando si dice che narrarsi, raccontarsi e scrivere di sé ha un potere terapeutico è proprio per questo. Per il senso di noi che possiamo trovare nelle nostre parole, nel contenitore e nella definizione che noi diamo di noi stessi in un certo momento. Raccontarsi è cogliere l’occasione di poter fare ordine, o meglio dare un ordine ai nostri pensieri, è attraversare il caos dei nostri pensieri per arrivare a un ordine. Questo accade mentre “aspetto che passi un’ora”.

Perché, mentre passa quell’ora, lo psicologo è lì e, mentre ascolta, rispetta le credenze e i valori delle persone che si rivolgono a lui, senza fare alcun tipo di discriminazione in base a etnia, religione, orientamento sessuale, gruppi di appartenenza… Lo psicologo non impone il proprio sistema di valori, e quindi non “manipola la mente delle persone”, né fa “lavaggi del cervello”.

Oltre la poltrona

E’ per questo che gli/le psicologi/he devono avere molta apertura mentale, perché si ritroveranno a parlare con persone che spesso e volentieri hanno delle idee, delle credenze e hanno vissuto delle esperienze totalmente diverse dalla loro. Bisogna avere la giusta predisposizione mentale per non giudicare e per rimanere totalmente aperti a quello che la persona dirà, perché se si cade nella trappola del giudizio si inizierà automaticamente a filtrare le informazioni che si ricevono e ci si ritroverà a dare dei consigli come lo si fa tra amici. In secondo luogo, è importante conoscere i propri limiti e tenere ben presente che non si è né tuttologi, né supereroi: è il caso di saper riconoscere le situazioni in cui è meglio rivolgersi ad altri esperti. Inoltre bisogna essere curiosi per natura: è bene affrontare i colloqui con una sana curiosità nei confronti della persona che si ha davanti e in quello che ha da dirci per avere la giusta motivazione a comprendere l’animo e il cervello umano.

Ed io sono lì, mentre aspetto un’ora, a padroneggiare questi miei strumenti, a stare attento a mantenere l’equilibrio. E la persona è lì davanti a me, che mi racconta e si racconta e quel racconto motiva, costruisce valori e obiettivi condivisi, porta alla consapevolezza di sé, al controllo delle proprie scelte, delle proprie decisioni e delle proprie azioni. Costruisce significati per favorire il cambiamento vero e proprio. Io sono lì e lui è con me e insieme stiamo realizzando quel capolavoro, insieme. Tra gioia e dolore. 

Perché non è facile mettersi a confronto con la propria storia. Richiede pazienza, coraggio, mente aperta ed un animo compassionevole per accogliere quello che arriva. E non è facile mettersi a confronto con le storie degli altri, a volte sono così preziose e delicate che non sai come tenerle in mano ed è in quei momenti che ci penso, ci ripenso e poi decido di metterle al sicuro nel mio cuore, per poterla far risuonare nei meandri di quella stanza, in quell’ora, in quell’intensissima ora di meravigliosa trasformazione.

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Buon vento 😉

Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Terapie Brevi

Terapia a Seduta Singola

Ricevo a Monterotondo (RM) e ONLINE