Ago…nia

Ho un’amica (che magari se non avesse la testa dura come il granito sarebbe anche una paziente, anzi, cliente, se no si offende!) che, alla nascita della sua seconda figlia, all’infermiera che le mise fra le braccia quella graziosa robina di pochi chili, esclamò:

“ma come? Veramente non mi mettete la flebo?!”

No, non è un mostro ma solo una delle tante persone che hanno una fobia incontrollabile degli aghi!

 

 

Se proprio lo volete conoscere, il termine tecnico è belonefobia, o aichmofobia, e la derivazione è sempre la solita, dal greco, ove si associa al termine paura l’etimo “ago, oggetto acuminato”.

Spesso va a braccetto con altre fobie, quali quella per il sangue  e le ferite, dell’ambiente ospedaliero e dei medici in genere.

 

Spesso … ma non necessariamente.

Spesso è l’ultimo anello di una catena che riconduce a un trauma infantile vissuto in ambito sanitario.

Spesso … ma non è scontato.

 

Spesso è messa in relazione a una bassa soglia del dolore, e questo è sostanzialmente errato.

 

 

Torniamo alla mia amica.

Nessuna operazione o ricovero durante la sua infanzia, nessuna reazione inconsulta alla vista di ferite aperte e sangue, anzi, uno stomaco di ferro e pure appassionata di horror truculenti, una soglia del dolore da far vergognare un colonnello degli alpini, eppure pochi micron di diametro di un minuscolo ago sono in grado di ridurla a un mucchietto d’ossa implorante.

Figuratevi che è riuscita a convincere un dentista (fra l’altro medico militare!) a otturarle un dente senza anestesia. Il poveretto alla fine le chiese se era disposta a fare da esempio ai soldati della caserma nella quale prestava servizio.

E non solo. Le ultime analisi del sangue che ha effettuato risalgono alla nascita della famosa robina che, a breve, compirà sedici anni.

È una persona intelligente, fortemente razionale; impossibile che ravvisi un pericolo per la sua salute in quel semplice oggetto e neppure che lo visualizzi come una fonte di dolore.

Tuttavia il suo corpo reagisce alla sola vista dell’ago da prelievo o flebo con una serie di sintomi molto forti e difficilmente controllabili, che si concretizzano nello svenimento.

La signora ha la fortuna di godere ottima salute ma, senza voler fare l’uccello del malaugurio, non è detto che sia sempre così… e allora, … saranno dolori, … a meno che …

si sbarazzi di questa fobia, anzi di questa AGOnia!

È molto importante porre l’accento su questo termine: FOBIA.

Non è un gioco di parole: la sua non è una semplice paura  degli aghi, perché è consapevole che non le faranno alcun male, ne ha la fobia,  ovvero assume nei confronti di quel problema un atteggiamento di rifiuto a risolverlo. In una parola, la mia amica rifiuta la possibilità di una soluzione.

Questa semplice cosa accomuna tutte le fobie, la mancanza di volontà a uscirne, una sorta di compiaciuto crogiolarsi nel problema. Infatti nel momento stesso in cui subentra la consapevolezza la fobia torna a essere semplice paura, e come tale la si può esorcizzare.

Certamente nella sua infanzia ci sarà, occultato nei circuiti della memoria, un qualche episodio, un parente al quale ha fatto visita in ospedale, la scena di un film, un racconto ascoltato, ma non è poi così importante andare a scovarlo fino a farlo riemergere.

Il percorso sarebbe lungo e non necessariamente risolutivo.  Molto meglio sarebbe che prendesse semplicemente coscienza  di vedere nella sua fobia l’ingiustificata paura verso un oggetto che non provoca né danno né dolore.

È però un percorso che da sola ha difficoltà a intraprendere, dovendo lottare con le reazioni inconsulte del suo corpo, il flusso ghiacciato del sangue, quel senso di vuoto allo stomaco, il ronzio penetrante nella testa, e allora vorrei dirle “e io che ci sto a fare?”, sperando che, leggendo questo post, magari si decida a farmi visita non solo come amica.

Penserete magari che in fondo a che vale, è una fobia apparentemente innocua, non così limitante per il normale svolgersi della vita. Ma così non è, perché  e se ne accorgerebbe nel momento in cui avesse il reale bisogno di sottoporsi a un prelievo o una flebo.

Volete un esempio (sperando che anche lei lo legga …)? La mia amica è una persona molto generosa, attenta e sensibile ai problemi e difficoltà altrui e forse non ha mai pensato che in questo modo limita fortemente la sua possibilità di rendersi utile attraverso la donazione di sangue. Oppure potrebbe essere qualcuno a lei molto caro, compresi i suoi animali, ad avere bisogno del suo sostegno e del suo intervento. Cosa farebbe? Girerebbe di là il capo perché altrimenti sviene?

Nel vasto panorama delle fobie la belonefobia è in realtà una delle più limitanti e pericolose, in grado di mettere a repentaglio l’altrui e la propria vita: impedisce la prevenzione, rende difficoltose le cure, limita il sostegno a chi ne ha bisogno.

E allora non esitare, se anche tu soffri dei sintomi della mia amica. Contattami, parliamone su Skype … vi aspetto entrambi.

Nell’attesa … riflettete e … buon vento!

 

CONSIGLI DI LETTURA:

Nardone, G. (2010)
Paura, panico, fobie. La terapia in tempi brevi

 

Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Esperto in Terapie Brevi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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