Se dico “perfetto” la tua mente si attiva ed elabora un’idea di perfezione secondo l’accezione che comunemente diamo al termine. Ovvero di un qualche cosa di assolutamente eccellente.
Bene, oggi mi sono alzato con l’intenzione di smontare quest’idea.
Se già partissimo dall’etimologia potremmo comprendere come tutto sommato la perfezione non sia necessariamente positiva, anzi, come in realtà non lo sia per nulla in quanto fortemente limitativa.
In alcune lingue i tempi dei verbi sono molto più ridotti rispetto ai nostri. Del resto è nota la complessità grammaticale dell’italiano e basta leggere e ascoltare per rendersi conto che quotidianamente avviene una strage impietosa di congiuntivi e condizionali, per non parlare del gerundio che è noto essere in grado di scatenare veri e propri attacchi di panico.
Ok, lo so, io sono uno psicologo, psicoterapeuta, mi occupo quindi non della capacità oratoria e della correttezza espressiva, ma della psiche, a Monterotondo e, soprattutto di questi tempi, on line, e quindi tutto ci si aspetta da me fuorché una noiosa lezione di grammatica. È però altrettanto vero che a nella psiche non esistono scatole chiuse, a compartimento stagno, e quindi ogni cosa, ogni nozione, ogni conoscenza, si compenetra, si svolge, si fonde e crea quella magia che è il nostro pensiero.
Perché dunque non approfittarne per conoscere qualcosa di nuovo?
Nella lingua araba ad esempio, a parte il futuro per indicare ciò che deve ancora accadere, esistono solo due tempi: l’imperfetto (che nulla ha a che vedere con il nostro) e il perfetto.
Imperfetto indica ogni azione ancora in atto, ovvero non perfetta, non perfezionata, non finita; perfetto esattamente l’opposto, ovvero ogni azione che si è già conclusa. Imperfetto è il presente, perfetto è il passato. Tutto il passato, che si tratti di mille anni fa come di un nanosecondo. “Ho mangiato”, quindi semplicemente ho finito di mangiare; ciò vale tanto che si tratti del mio ultimo spuntino che del primissimo pasto della mia vita.
Perfetto, ovvero finito.
“Io amai, ho amato, ebbi amato, ma anche amavo, avevo amato …” compongono il quadro di un amore che non è più = perfetto.
Se invece dico “amo”, il mio amare è in atto, è vivo. Quindi meravigliosamente imperfetto.
Bene, è arrivato il momento di scrollarmi di dosso lo spirito della mia professoressa del liceo e tornare nella mia veste usuale.
Perfezione, un miraggio a cui erroneamente tendiamo. L’idea ingannevole che abbiamo di essa condiziona ogni nostra azione. il momento perfetto, l’outfit perfetto, l’auto perfetta, il cellulare perfetto, la vacanza perfetta, persino le persone, il compagno, la compagna, i figli perfetti! L’ideale di vita è un tutto perfetto.
Siamo talmente sottomessi a quest’idea da sviluppare pesanti sensi d’inadeguatezza, d’insoddisfazione, frustrazione, addirittura di colpa quando non riusciamo a raggiungerla.
Nell’imperfezione, che tanto temiamo, ci sono invece speranza, progetto, curiosità, attesa, mistero.
“Senza l’imperfezione non c’è né progresso né crescita”, afferma Carl Gustav Jung, e Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina, ha intitolato la sua autobiografia con “Elogio dell’imperfezione”.
Nel nostro piccolo, ognuno di noi può sperimentare quanto preziosa essa sia già a partire dalla quotidianità e dalla fisicità. C’innamoriamo grazie alle imperfezioni: lo spazietto fra i denti che regala quell’espressione un po’ infantile, l’inflessione della voce, la camminata particolare, la macchia nell’iride …
Mi piacerebbe che mi raccontaste – così, tanto per vivacizzare l’aspetto social dell’articolo – tutte le imperfezioni che vi hanno stregato, oppure quelle che vi appartengono e alle quali non potreste rinunciare.
Persino nelle cose inanimate l’imperfezione vince sulla perfezione: il fascino di una crepa nell’asfalto in cui è nata una piantina, ad esempio.
Quella della perfezione a tutti i costi, nel fisico e nella vita, anzi, nell’apparenza della vita, è una schiavitù mentale che c’incatena allo stereotipo, al pregiudizio, e ci condanna alla banalità.
Migliorare non è raggiungere la perfezione, ma sperare di non doverla raggiungere mai.
È un po’ da spot di aperitivo, però la frase di Gotthold Ephraim Lessing, “…to await a pleasure, is itself a pleasure”, “L’attesa del piacere è essa stessa il piacere” è oltremodo vera.