Aiuto mio figlio è un AVATAR!

Oggi lezione di sanscrito.
Se ti trovi in difficoltà puoi farti aiutare da tuo figlio perché qualche parolina già la sa. Avatāra (devanāgarī, अवतार) è un sostantivo maschile con cui si indica, in numerose teologie hindū, l’apparizione o la discesa sulla terra della divinità avente lo scopo di ristabilire o tutelare il Dharma, ovvero la legge naturale o cosmica.
Tale termine è collegato al verbo avatṝ (di genere parasamaipadam, attivo, di 1ª classe), con il significato di “discendere in” (accusativo o locativo) oppure “discendere da” (ablativo) ancora “arrivare a” (accusativo) o “essere al posto giusto”, “essere adatto” e infine “incarnarsi”.
La nozione religiosa di avatāra, ovvero la “discesa sulla terra della divinità” compare in India tra il III e il II secolo a.C., quando Viṣṇu esprime l’intenzione di assumere dieci diverse forme al fine di restaurare l’ordine cosmico (Dharma).
So che non state nella pelle e volete conoscere tutti e dieci i nomi delle varie incarnazioni, ma quasi quasi mi diverto a farvi stare sulle spine e passo direttamente al nocciolo: il passo da Visnù a tuo figlio è breve!

Innanzitutto considera che, anche se magari non arriva a dieci, pure lui si fregia di uno svariato numero di alter-ego, e magari anche tu ne hai qualcuno che nascondi dentro allo smartphone.

Già, tuo figlio è un Avatar!

Devi sapere che quando le vedi chinato su quell’aggeggio, lui non si limita a giocare e a consumare qualche diottria assieme a un buon numero di vertebre.

No.

Lì dentro, in quel rettangolino che fa da porta a un’infinità di mondi paralleli lui vive altre vite.

  • Chi è?

È un guerriero interstellare, un eroe postmoderno, un coach, una mannequin.

  • Cosa fa?

Salva mondi, sconfigge nemici, costruisce città, crea e distrugge.

  • Perché?

Perché è importante. Il più importante.

Insomma, Visnù al suo cospetto non è che un principiante.
Nessuno stupore dunque che tali faticose attività lo assorbano fino a estraniarlo, e nessuno stupore se poi, quando si scarica la batteria e si guarda intorno, ha l’impressione di non valere un fico secco in quello che è il mondo reale.
Nulla di nuovo sotto il sole, in fondo. Da sempre l’adolescenza si accompagna al sogno di mondi lontani, in cui si è supereroi o principesse prigioniere nella torre. La differenza consiste nel fattore di rischio: se con i vecchi metodi ci si beccava al massimo un gesso di tre mesi per essersi catapultati dal pianerottolo credendosi Batman o una slogatura alla caviglia dando fondo ai tacchi 13 di mamma per giocare a Cenerentola, oggi, con il sedere ben piazzato sul divano, i nostri figli non danno più lavoro agli ortopedici ma parecchio filo da torcere alla categoria che qui rappresento.

 

Nessuna demonizzazione del videogioco, per carità! Per certi versi è un valido stimolatore di crescita e abilità. Purtroppo dietro vi è un business spietato, e il costo da pagare di ogni politica di business consiste nel mietere vittime.

Proviamo a osservarne uno:

è stupendo, non c’è che dire … un capolavoro di colori, scenari, suoni, ritmi, tutto studiato fin dentro i più insignificanti particolari. Vederlo in movimento è semplicemente spettacolare.

Ma non basta.

 

 

Nei team di sviluppatori di giochi mediatici gli esperti di psicologia sono infatti essenziali quanto i disegnatori e sempre più fondamentali.

Tutto è finalizzato a catturare l’attenzione attraverso l’immagine ma il vero e autentico coinvolgimento emotivo, che irretisce, schiavizza, assorbe, è nella trappola sottile dell’Avatar.

Attraverso la creazione di un alter ego ideale e perfetto, tuo figlio non si limita a sognare la favola:

la favola la detta lui e il finale è nelle sue mani, perché quel mondo è suo.
La quotidianità, dove la normalità lo sovrasta, non può competere!

L’immaginazione, di per sé alleata preziosa dello sviluppo intellettuale, diventa trappola:

  • la missione diventa ossessione.
  • La sua mente si assenta e si estrania dalla realtà.
  • Il pensiero è costantemente lì, anche di notte, fino a impossessarsi della sfera del sogno.
  • Perde il desiderio di muoversi e giocare con il corpo.
  • Perde interesse per amici e scuola.
  • Si isola.

Sorvoliamo sui danni a livello della salute fisica e di un sano sviluppo, facilmente immaginabili e, aggiungerei, piuttosto evidenti in buona parte delle nuove generazioni e teniamo presente che alla playstation vanno aggiunte le ore che passa sui social o alla televisione.

 

Solo un paio di dati:

  • Secondo le stime dell’Associazione degli Psicologi Americani, ogni bambino americano al completamento delle scuole elementari ha assistito a circa 8.000 omicidi e circa 100.000 atti violenti.
  • La ricerca dello psicologo Aric Sigman, citata dallo stesso ex ministro inglese per l’infanzia Tim Loughton, afferma che a sette anni la maggior parte dei bambini ha già trascorso almeno un anno della propria vita di fronte a schermi e videogiochi.

Quali ripercussioni una tale massiccia esposizione alle immagini può avere sul suo cervello?

Voglio citarvi un episodio, legato alla Cina, dove la dipendenza da videogiochi raggiunge livelli drammatici, con più di 33 milioni di giovani affetti da gravi problemi, e dove è stato battuto anche il record di tempo passato alla Ps, ben 36 ore continuative!

Ebbene, proprio a Pechino un tale signor Feng, preoccupato per la salute del figlio 23enne ormai abituato a perdere giornate intere con un gioco di ruolo online, ha assoldato all’insaputa del ragazzo un gruppo di giocatori molto esperti affidando loro il compito di uccidere l’avatar del figlio ogni volta che quest’ultimo si fosse connesso alla rete per giocare.

 

Non è mia intenzione allarmarvi, quelli che ho riportato sono ovviamente casi limiti ben lontani dalla norma.
Tuttavia è necessario non perdere di vista la situazione e, soprattutto, non minimizzare e sorvolare.
Ricorda da ultimo che sei tu quello che caccia la grana per l’acquisto di playstation e videogiochi, e questa, per quanto subdola, è un’arma potente nelle tue mani quanto l’avambraccio rotante del compianto Goldrake!
Comincia con il regalargli qualcos’altro! Magari una palla o le scarpette di Cenerentola.
Storcerà il naso, terrà il muso lungo, griderà “TU NON MI VUOI BENE!”, ti sentirai un verme, ma sarà comunque un buon inizio!
Per tutto il resto ci sono io!
Chiamami, su Skype se vuoi cominciare con il parlarne, o anche semplicemente per tranquillizzarti o avere spunti.

E se per caso il buon vecchio  Federico Piccirilli, specialista in Terapia Breve non dovesse bastarti, che ne dici di un paio di miei Avatar?

La scelta è ampia, dal metallaro al più raffinato dei pianisti!  E … comunque, sempre Buon Vento!

Consigli di lettura:
Di Gregorio L. (2003), Psicopatologia del cellulare. Dipendenza e possesso del telefonino, Le Comete
Guerreschi C., (2005), New addictions. Le nuove dipendenze, San Paolo edizioni

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