Il romanzo della tua Vita

Trauma, alzi la mano chi può affermare di non averne mai avuto uno.

Ok, non ne vedo, e se per caso qualcuna me ne è scappata, nascosta là in fondo, il proprietario mi avverta perché sappia che è un caso praticamente unico, da manuale.

Magari può risiedere negli anfratti dell’infanzia ma ognuno il suo bel fardello di traumi ce l’ha e se lo trascina appresso.

 

Trauma significa letteralmente ferita e come ogni ferita può scomparire del tutto, lasciando la nostra pelle intonsa e liscia come quella di un neonato, oppure può rendersi eterna in una cicatrice, più o meno profonda e visibile. Molto dipende dall’oggetto che procura la ferita ma buona parte la fa anche la capacità del nostro corpo di recepire e reagire a essa.

 

In poche parole, non siamo tutti uguali. Ci sono pellacce dure, quelle difficili da scalfire, sulle quali pure le mazzate rimbalzano, e i delicatini, quelli da codice rosso anche per il semplice morso di una zanzara.

Permettetemi di fare un’operazione decisamente poco ortodossa e per nulla accademica ma forse più chiarificatrice di mille articoli tecnici sull’argomento; vorrei proporre di suddividere il nostro io in due maxi categorie, che rappresentano gli estremi in relazione alla capacità di reagire ai traumi:

chiamiamoli  “Massimo Decio Meridio” e “La principessa”.

 

  • Al primo gruppo appartengono i gladiatori, quelli che entrano nell’arena limandosi le unghie, si strappano via la lancia che li ha trafitti, e feriti continuano il combattimento fino alla fine. Mors tua, vita mea. L’importante è portare a casa la pelle, domani ci saranno un nuovo giorno e nuove ferite.

 

 

 

  • Alla seconda coloro che cadono come pere cotte alla prima occasione, basta un fuso appuntito, un morso a una mela non propriamente Bio, un pisello sotto al materasso…

 

 

 

 

La cosa particolare è che spesso le due categorie si scambiano, ovvero non è raro assistere a principesse dallo svenimento facile che nell’arena tirano fuori unghie e denti, e di contro a gloriosi marcantoni foderati di muscoli che fanno fatica a digerire frutta non Bio.

Quello che intendo dire, buttandola un po’ in scherzo come mio solito, è che la capacità di reagire ai traumi non è né commisurata all’effettiva intensità del trauma stesso né alle usuali capacità reattive della persona che lo subisce.

In poche parole qualsiasi avvenimento può assumere i contorni del trauma, ciò nondimeno è innegabile che alcune situazioni risultino assai più gravose di altre; tuttavia queste non necessariamente danno luogo a reazioni del nostro io di maggiore intensità.

Quand’è che un evento è classificato come “traumatico”?

Ebbene sì, esiste una codifica: traumatici sono tutti quegli avvenimenti di gravissimo impatto, assolutamente innaturali per quello che è il normale decorso della vita e del quotidiano, il cui accadere è considerato accidente. Sono tutte le catastrofi naturali, quali i terremoti o le alluvioni, o gli atti di terrorismo, le vicende di guerra, gli atti di brutalità piuttosto che la morte violenta di un proprio caro.

Sono momenti per i quali pure il protocollo prevede un sostegno psicologico, perché la mente di coloro che si trovano coinvolti può non avere, o perdere, i naturali sistemi difensivi e di reazione.

È la sensazione di “unicità” a farla da padrona. Ciò che hai dovuto subire  è un qualche cosa di non condivisibile, innaturale, tuttavia spesso si delinea una situazione paradossale, ovvero una forza di reazione inimmaginabile da parte di chi invece si pone come semplice osservatore del fatto.

Quante volte hai pensato o sentito dire “non capisco come faccia. Io non ce la farei!

Lo pensiamo tutti e ci sembra impossibile, ad esempio, che una madre sopravviva alla perdita violenta di un figlio. È invece fortissimo lo spirito di sopravvivenza che sopravviene, assai maggiore di quello che abbiamo relativamente ai normali e inevitabili traumi quotidiani.

Il fatto di reagire non significa però che non s’ingeneri una forte situazione di stress, che resta soffocato nel profondo, dove, nascosto, lavora alla base la nostra struttura psicologica minandone la stabilità. Spesso le conseguenze sono a lungo termine, non immediate, e incancrenite al punto da trasformarsi esse stesse in cancro.

E allora che fare?

  • Non confondere la tua capacità di reagire con l’effettiva stabilità del tuo io. Essa è ammirevole ma, come dicevo, frutto del naturale bagaglio che definiamo istinto di sopravvivenza.
  • È inevitabile che un tarlo lavori nel profondo, perché tutto lascia un segno nel nostro essere, anche la più banale delle vicende, a maggior ragione quello che hai subito.
  • Quel tarlo va fermato il prima possibile, affinché non gli sia permesso rosicchiare sin nel profondo e a lungo; il crollo può avvenire anche a distanza di anni.

 

Tutto ciò si chiama stress ed è molto più insidioso del trauma vero e proprio che lo ha generato.

Parlarne, raccontare, aprirsi, piangere. Sono le reazioni che esorcizzano il tarlo e lo fanno fuggire.

Non bisogna soffocarle o reprimerle, magari per convenzione sociale, o per educazione, oppure semplicemente perché la prova di forza e carattere che stiamo dando, e che tanta ammirazione suscita, ci inorgoglisce.

Quello che devi seppellire non è l’evento traumatico ma lo stress!

È difficilissimo riuscire a farlo da soli, anche perché non tutti sono disposti ad ascoltarti; a compiangerti sì, a carpire qualche morboso particolare pure, ma ad ascoltarti in modo profondo no.

Devi sapere che sullo stress da trauma la terapia breve offre soluzioni consolidate e validissime.

Ti piace scrivere?

No?

Non importa, non devi fare un capolavoro letterario, basta che tu metta giù di getto tutto il racconto dell’evento, senza preoccuparti della matita rossa e blu che va a correggere virgole e consecutio.

Sì?

Benissimo, sarà il “romanzo della tua vita”, quello che avrà due soli lettori, me e te, ma attenti e appassionati.

 

 

Perché scrivere?

Perché è più facile che parlare, e soprattutto fa meno male. Quel famoso istinto di sopravvivenza e autoprotezione cui abbiamo fatto cenno impedisce spesso di esternare ciò che procura dolore, stuzzicando una ferita che stenta a cicatrizzare, oppure le parole non bastano, i tempi sembrano ristretti, e si tende a saltare passaggi.

Scrivere invece rappresenta nell’adulto quello che è il disegno per i bambini, la libertà dell’anima che si svincola e prende il volo.

Non te la senti di scrivere? Nessun problema, non è un obbligo ma solo uno dei mezzi.

Non rimandare a domani perché il tarlo lavora incessantemente!

Un’ultima cosa: a noi delle codifiche non importa un bel niente. Esistono, è innegabile, avvenimenti particolarmente traumatici ma fermo resta il principio che enunciava mia nonna quando qualcuno le diceva “hai perso il marito, va bene! Ma era vecchio e malato. Pensa a chi l’ha perso giovane!”

“Hai ragione, ma ognuno sente la sua!”

Bene, questo vale per tutti.  Ogni ferita ha diritto a ricevere cure adeguate e deve cicatrizzare per guarire.

Quindi ricorda che nel pronto soccorso della psiche non esistono codici colorati!

Buon vento, che spazzi via tarli e nuvole scure.

 

 

 

Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Esperto in Terapie Brevi

CONSIGLI DI LETTURA

Salomon R. (2009), Ferite, cicatrici e memorie. I precursori dello spazio e del tempo, Borla ed.

Fernandez I., (2011), Traumi psicologici, ferite dell’anima, Liguori ed.

 

 

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