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é successo che a un certo punto…

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é successo che a un certo punto…

È successo che a un certo punto la relazione con la mia ragazza di allora aveva iniziato la parabola discendente. Me ne rendevo conto, ce ne rendevamo conto. Mentre io cercavo di navigare a vista, giorno per giorno, lei invece cercava soluzioni diverse, forse perché quella era una materia che conosceva meglio di me. Mi propose di andare in terapia di coppia. Noi due insieme a parlare davanti a un terapeuta dei nostri guai. La proposta mi lasciò perplesso, non avevo alcuna esperienza in materia, non conoscevo direttamente nessuno che avesse fatto un percorso simile. Insomma quel poco che sapevo era dovuto a qualche film. Risposi comunque di no, ero convinto che non ne avevamo realmente bisogno. Mi illudevo che avremmo potuto risolvere la questione parlandone a tavolino, come già facevamo ormai da fin troppo tempo. Lei insisteva e alla fine trovai quella che allora mi sembrava una soluzione che stava a metà tra le nostre due posizioni: decisi di andare in terapia, da solo però. Contattai un terapeuta con cui avevo già parlato una volta delle mie manifestazioni di ansia. Ci vedemmo in studio da lui, in quella prima seduta mi chiese le motivazioni che mi avevano spinto ad andare da lui. Io riposi che volevo salvare la mia relazione di coppia e lui rispose a sua volta che il percorso che avremmo intrapreso insieme poteva non portare necessariamente a quel risultato. Il problema non era risolvere una crisi amorosa ma capire se quella persona faceva o no al caso mio, capire come raggiungere il mio benessere. Quella frase mi fece riflettere molto, tant’è che la ricordo ancora adesso dopo che è passato molto tempo. Iniziammo. Le prime sedute avevano cadenza settimanale, io andavo molto volentieri. Fin da subito mi resi conto di avere veramente bisogno di quello spazio. Forse perché era uno spazio protetto dove potevo parlare liberamente di me, delle mie paure, delle mie ossessioni, delle mie fragilità e in qualche modo alleggerirle senza pregiudizi, senza sentirmi inadeguato. Allo stesso tempo cominciai a cambiare la mia opinione sulla terapia in generale, ovvero se prima pensavo doveva essere l’ultima spiaggia per risolvere problemi di testa altrimenti insormontabili, adesso mi rendevo conto che quel tipo di terapia poteva essere un valido aiuto per chiunque, anche per chi era sicuro di non averne bisogno. È un modo per conoscersi davvero, si riescono a fare dei notevoli passi avanti rompendo gli schemi che ci portiamo dentro radicati dagli anni. Iniziavo a riconoscere i miei limiti, ad accettarli. Vedevo le dinamiche sempre uguali in cui cadevo con facilità. Non dico che sia facilissimo correggere il tiro, proprio perché alcuni aspetti del carattere ce li trasciniamo dietro da tempo, ma di sicuro è possibile riconoscere quelli che per noi sono difetti e ci si può lavorare sopra, ed è già un grande passo in avanti. La mia relazione andò male, poi malissimo. Alla fine ci trovammo a lavorare sodo sul mio dolore dovuto all’abbandono: lei se ne era andata e io stavo male come mi sembrava di non esserlo mai stato prima. Cos’era successo? in realtà ci eravamo resi conto che non ci amavamo più e che da tempo ormai non stavamo costruendo più nulla. Credo che mai come in quel periodo per me difficilissimo io abbia avuto bisogno della terapia; aspettavo con trepidazione il prossimo appuntamento e uscivo da quello studio sempre più leggero e consapevole. Alla fine la tempesta passò, poi ne arrivarono altre che portavano nomi diversi: affrontammo anche quelle. Abbiamo lavorato anche sulle mie manifestazioni di ansia, arrivando a conoscere il meccanismo con il quale si alimentavano e riducendole in modo notevole. Quando le conseguenze dell’amore lo hanno reso possibile ci siamo dedicati anche ad altre faccende, come i problemi e le ambizioni sul lavoro, i rapporti con la famiglia o gli aspetti della vita sociale. Adesso sento di essere arrivato al capolinea di questo percorso terapeutico, non tanto perché ho la presunzione di sostenere di aver risolto ogni cosa. Di sicuro ho più strumenti per andare avanti da solo. Credo anche che il rapporto con il terapeuta si esaurisca piano piano, ovvero una volta risolte le questioni che premono con urgenza e una volta capito come evitare di reiterare alcune dinamiche credo sia meglio rompere il cordone ombelicale e prendere congedo. Non credo nelle terapia a lunghissimo termine, l’uomo è un essere straordinariamente adattabile e si rischia che la mente si adagi al rapporto col proprio terapeuta. Mi rimane un’esperienza davvero fortificante che consiglio a tutti. C’è sempre un motivo valido per mettersi in discussione. Io, se guardo indietro, mi trovo molto diverso dal giorno in cui iniziai la terapia. Vale sempre la pena crescere.