Tutti a tavola

L’imbarazzo, sottile, educato, vestito bene, arriva puntuale tra l’antipasto e il primo, quando qualcuno schiarisce la voce, sorride con aria apparentemente innocente e lancia la domanda di rito, quella che non vuole davvero sapere ma che sembra dover essere fatta per contratto sociale, come il brindisi o il panettone a fine pasto, e in quell’istante ti rendi conto che non sei solo seduto a tavola, sei sul palcoscenico, sotto un faro caldo, con un pubblico che non ha pagato il biglietto ma pretende comunque una risposta soddisfacente.

“E quindi… il lavoro?”, “Ma l’amore?”, “Figli, niente ancora?”, “Sempre da sola?”, “Sempre così sensibile?”, “Quando ti sistemi?”, domande che scivolano nei piatti come sugo fuori controllo, che non hai ordinato ma che ora devi in qualche modo gestire, mentre cerchi di mantenere una postura composta, la forchetta in mano, il sorriso educato, e dentro di te senti quella parte che vorrebbe alzarsi, sparecchiare tutto e scappare in una foresta innevata a parlare con gli alberi, che fanno domande molto più rispettose, o almeno stanno zitti.

Molte persone che si rivolgono a me nel mio studio di Monterotondo, oppure online, mi hanno parlato proprio di questa ansia, di questo nodo allo stomaco che non ha nulla a che fare con il cenone ma con l’anticipazione di ciò che verrà detto, chiesto, insinuato, perché il Natale, oltre a essere una festa di lucine e buoni sentimenti, è anche una gigantesca riunione di condominio emotiva, dove tutti sembrano sentirsi autorizzati a commentare il tuo stato di avanzamento nella vita, come se fossi un cantiere sempre aperto e mai abbastanza in ordine.

E allora eccoci qui, tutti a tavola, non solo con i piatti ma con le storie, le aspettative, i non detti, le ferite ancora un po’ scoperte, e la prima cosa importante da dire, con molta chiarezza e molta gentilezza, è che se ti senti a disagio non sei sbagliato, non sei fragile, non sei “esagerato”, sei semplicemente umano in un contesto che spesso normalizza l’invadenza e la scambia per interesse, come se fare domande personali fosse una forma di affetto obbligatorio, quando invece l’affetto vero assomiglia molto di più a una coperta appoggiata sulle spalle senza chiedere nulla in cambio.

Fatti un regalo: impara a mettere confini

Imparare a mettere confini, soprattutto a tavola, è un po’ come imparare a usare il tovagliolo non solo per pulirsi la bocca ma per proteggere la camicia: non serve sventolarlo, non serve farne una bandiera di guerra, basta posizionarlo con cura, sapere che è lì, che ti tutela, e che hai il diritto di usarlo quando qualcosa rischia di macchiarti, perché il confine assertivo non è un muro di cemento armato, è una siepe ben curata, lascia passare l’aria ma non chiunque.

Rispondere in modo assertivo non significa spiegare tutta la tua vita tra il secondo e il contorno, non significa giustificarti, né tantomeno attaccare, significa scegliere cosa condividere e cosa no, con frasi semplici, spesso noiose, meravigliosamente poco spettacolari, del tipo: “È un tema su cui preferisco non entrare oggi”, “In questo periodo va così e mi va bene parlarne un’altra volta”, “Ci sto lavorando, grazie per l’interesse”, frasi che all’inizio sembrano fredde solo perché non siamo abituati a sentirle, ma che in realtà sono come un tè caldo bevuto lentamente, scaldano e calmano, soprattutto te.

E poi c’è l’arte sottile del lasciar andare, che non è rassegnazione ma scelta consapevole, perché non tutte le domande meritano una risposta e non tutte le persone meritano accesso ai tuoi spazi interni, e immaginare le parole invadenti come palloncini gonfiati ad elio che puoi semplicemente lasciare andare verso il soffitto, senza seguirli con lo sguardo, senza trattenerli, è un esercizio potentissimo, quasi meditativo, che puoi fare mentre mastichi, mentre annuisci, mentre cambi argomento con la grazia di chi sa che non tutto deve essere chiarito, spiegato, risolto lì per lì.

Perché è importante proteggersi dall’invadenza delle domande durante i cenoni natalizi?

Proteggersi, durante le festività, è anche abbassare le aspettative, ricordarsi che le persone parlano spesso più di sé che di te, che certe domande sono automatismi, tic sociali, come mescolare il caffè anche quando lo zucchero non c’è, e che puoi scegliere di non prenderti tutto sulle spalle, di non fare il lavoro emotivo per l’intera tavolata, perché non sei il servizio informazioni, sei una persona seduta a mangiare, con il diritto sacrosanto di godersi almeno una fetta di torta senza sentirsi sotto esame.

Se quest’anno senti già quella tensione salire, se immagini la tavola come un campo minato di “e allora?”, sappi che non sei solo, che questa fatica è condivisa da moltissimi, e che può diventare anche un’occasione, piccola ma significativa, per allenarti a stare dalla tua parte, con rispetto, con ironia, magari sorridendo mentre dentro di te pensi che sì, sei cresciuto abbastanza da sapere che non tutte le domande richiedono una risposta. 

Perché a volte la vera magia del Natale non è dire tutto, ma saper scegliere cosa tenere per sé, come un regalo incartato con cura, che non va aperto per forza davanti a tutti, ma può restare lì, sotto l’albero, al sicuro.

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Buon vento 

Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Terapie Brevi

Terapia a Seduta Singola

Ricevo a Monterotondo (RM) e ONLINE