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Senza rumore

Senza rumore

Tu non sei normale.

Io non sono normale.

Noi non siamo normali.

Ok. Quante volte ce lo siamo detto? Quanto ci piace crederlo?

Fosse allora che la normalità è l’essere anormali? Oppure l’anormalità è normale?

Del resto, se esistesse veramente una “normalità” di pensiero saremmo degli automi, dei manichini dei grandi magazzini, dei circuiti programmabili a esigenza e piacere.

E invece è normale essere anormali. È normale perché a fronte di una struttura sostanzialmente simile, di un supporto costituito dal medesimo numero di ossa, di tendini, di muscoli, da un’uniformità di cromosomi e di ciclo vitale, ognuno è un individuo distinto, unico.

E in questa unicità si snoda e prende forma il pensiero.

Unicità, non libertà.

Il pensiero è infatti unico, in quanto generato da quella specifica mente, cresciuto su quelle specifiche circostanze, dipanato attraverso quegli specifici sentieri che partono da specifiche porte più o meno evidenti. Tuttavia non è libero, perché condizionato dai tempi, dai luoghi, e soprattutto dagli schemi sociali. Nella ricerca spasmodica di una nostra originalità, non svincoliamo il pensiero permettendogli di esprimersi e mostrarsi sincero, nudo, cosa che mostrerebbe la nostra unicità, ma cerchiamo semplicemente di uscire dallo schema.

Se è vero che la normalità non esiste, altrettanto lo è che abbiamo un fottutissimo, vero e proprio orrore nei confronti di quella che individuiamo come normalità.

Normalità = quotidianità. Normalità = banalità.

Normalità = noia, mancanza di attrattiva, anonimato.

Ecco da cosa fuggiamo. Ecco perché ci si gonfia il petto quando ci illudiamo di non essere normali.

 

Argomento difficile, spinoso, praticamente impossibile da trattare in poche righe senza cadere nel rischio dell’imprecisione e del fraintendimento.

Cosa dite? Ci provo?

Allora mi avvalgo di un aiuto, come succede nei migliori quiz. Mi gioco il jolly:

Signori e signore, ecco a voi Albachiara!

Sì, proprio quell’Albachiara di Vasco, che da più di quarant’anni si eleva in cori che contano voci di ogni età, dalla gita scolastica al raduno degli alpini, quella che ha provocato migliaia di ustioni al pollice ondeggiando accendini e che oggi scarica le batterie dei cellulari, dichiarata nel 2020 la canzone italiana più amata e richiesta degli ultimi 45 anni.

Albachiara non è una canzone, non è una ragazza, o meglio, non solo. Albachiara è un’idea. È l’affermazione della straordinarietà dell’unicità.

Albachiara è lo stereotipo infranto.

Tutto quell’apparato da cui ogni adolescente fugge come se si trattasse della peste, tutta quell’apparente banalità che precipita nell’oscuro, nel disprezzo, nell’emarginazione e addirittura nel bullismo, in pochi accordi e sulle note roche, leggermente etiliche, della voce di Vasco si traduce in sogno erotico.

Ogni ragazza, ogni donna con la quale ho parlato, come amico e come psicologo, ha immaginato di essere Albachiara, ha cercato di capire cosa si prova, oppure vi si è identificata fino a sentirsi riscattata. Ogni ragazzo, ogni uomo, l’ha trovata e la trova eccitante. Orde di ormoni in assetto da combattimento ha invaso gli stadi nell’istante orgasmico del “con una mano – una mano – ti sfiori – TU – sola dentro la stanza – e tutto il mondo fuori”, ottenendo più travaso di testosterone di un’esibizione di burlesque con la protagonista che resta in tanga di pizzo nero.

Eppure Albachiara è il trionfo della “normalità”. Di più! È la sfigata per eccellenza, quella che non viene invitata alle feste, che non becca, che resta indietro e da sola. È la secchiona, è la tonta.

È bella? È brutta? Boh, non si sa, anzi, non ci si pone proprio la domanda perché tanto Albachiara non si nota. Non è bionda, non è bruna; non è né leggermente in sovrappeso né in sottopeso; non appare; va a letto presto, si sveglia presto. Si veste in modo anonimo (io l’ho sempre immaginata con dei toni di marrone); non si trucca. Le piace così o semplicemente è consapevole che tanto nessuno la noterebbe comunque? Si piace?Non si piace? Non le interessa piacersi né piacere? Soffre?

 

 

Mangia sano, questo sì. Quindi, a rigor di logica, questo dovrebbe quantomeno fugare i dubbi sulla luminosità e bellezza della sua pelle.

C’è stato un periodo in cui i fruttivendoli erano sul punto di chiedere la santificazione anticipata, da vivente (caso unico nella storia), del buon Vasco Rossi, perché le mele andavano più delle pagnottelle, dei burger e dei maritozzi. Davanti ai licei – pure qui a Monterotondo lo ricordano bene – era un gran strofinare frutta sulla manica del giubbotto; sui mezzi pubblici risuonava lo scrock del morso, torsoli rosicchiati annerivano in ogni cestino …

La strofa “Cammini per strada mangiando una mela” è riuscita laddove hanno fallito intere generazioni di nonne. Ce ne rendiamo conto!

Meno successo in termini di numero di seguaci ha avuto la strofa successiva, quella sull’impegno scolastico: “Ti piace studiare. Non te ne devi vergognare”. Embè, lì no. Quando esageri con le pretese puoi pure chiamarti Vasco Rossi ma sei destinato a fallire!

Ma questo svarione culturale dura lo spazio di un attimo e naufraga negli occhi grandi, forse troppo sinceri della nostra banalissima Albachiara, occhi che non guardano ma sognano, e mostrano i sogni come dietro una teca trasparente. Ed ecco che la porta si chiude, lasciandosi alle spalle quel mondo che di Albachiara non si accorge perché di Albachiara se ne frega. Se ne frega perché troppo “normale”.

Dietro quella porta c’è la libertà del pensiero, c’è la stanza dei sogni proibiti e liberi, c’è l’autoerotismo di una ragazza che nessun compagno si fila perché si veste “normale”, ha ritmi di sonno/veglia “normali”, mangia “normale”, studia e va a scuola in quanto alla sua età è “normale” studiare e andare a scuola, probabilmente – anche se Vasco non lo rivela – obbedisce ai genitori e non dice le parolacce.

Chissà quante ne ha subite Albachiara al di fuori della canzone! Chissà quante prese in giro, quante umiliazioni, quante offese, quante risatine, quanti gomiti che si toccano. Quante provocazioni!

Sapete perché Albachiara diventa canzone? Perché non cade nel tranello del fascino dell’anormalità. non si uniforma, non si adegua. Non rifugge il banale, l’anonimo. Resta unica.

Ora però schiocchiamo le dita e svegliamoci.

Dato che la via reale non è una canzone, succede che ogni anno centinaia di Albechiare e Albichiari nel mondo decidano di non volere più vivere perché non accettati da una società che li emargina perché rifugge la normalità.

Essere noi stessi. A questo dovremmo puntare sempre. Tuttavia non è facile, per via delle nostre fragilità e paure ma anche per il bombardamento mediatico che ci vuole uniformati a uno schema.

La psicoterapia può aiutarti a tirare fuori di te quella sostanza che diventa canzone, che affascina e che fa sognare sulle note del nostro pensiero unico e originale. E se per caso hai una stanza dei sogni, una nella quale ti senti più sicuro perché c’è quel particolare divano, quella sedia, quell’odore familiare, sappi che da tempo ho attivato la consulenza a distanza, on line. Provvidenziale in tempi di restrizioni causa Covid, ma soprattutto grande alleata dell’indecisione e pure della pigrizia.

Buon vento 😉