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Oltre i vetri…

Oltre i vetri…

“non so come spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando …”

Non è la frase di qualcuno affetto dalla sindrome del “voglia di lavorare saltami addosso … e fammi lavorare meno che posso”. 

È di Conrad. Sì, Joseph Conrad, lo scrittore, quello dell’avventura, delle terre da sogno oltre i confini del nostro vivere quotidiano. 

Mi stimola immaginare la scena che ha dato voce a questa frase. È incredibile come la vita sappia scolpire i volti, quasi fosse dita che modellano la creta, e il volto di Conrad era così, quello di un navigatore nel pensiero e nella vita, scavato dal vento e dal sale in sedici anni di navi mercantili, con lo sguardo fermo e dritto a scrutare orizzonti reali o immaginati.

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Me lo immagino ormai non più giovane, bello di quella bellezza incontestabile che hanno i visi intelligenti, con il pollice e l’indice che attorcigliano la punta dei baffi e le sopracciglia che ombreggiano i pensieri riflessi nelle pupille, imperscrutabili, lontane.

“Cosa guardi fuori da quella finestra?”, mi sembra di vederla e sentirla Jessie, la moglie. Assomiglia a tante altre mogli di ogni luogo e ogni tempo, in particolare del nostro tempo. Sono in difficoltà finanziarie, ma non è arrabbiata. È preoccupata. Quell’uomo che ha navigato su tutto il globo terrestre dormendo sotto le stelle, e che ha dipinto con le parole l’immensità dell’avventura, soffre di depressione, e già è successo che abbia cercato di chiudere la partita con la vita.

Un gesto semplice, innocuo: guardare fuori dalla finestra. Forse lei vorrebbe vederlo reagire, perché un uomo silenzioso con la guancia appoggiata sul palmo della mano è, nell’ottica del lessico familiare, un fallimento. Vorrebbe vederlo fare; fare qualcosa, qualsiasi cosa. magari c’è da piantare qualche chiodo, oppure da tagliare la legna per la stufa, o da sistemare un rubinetto che perde. 

… “Cosa guardi fuori da quella finestra?”. È una domanda angosciata.

La risposta di Conrad, soltanto pensata e non espressa, è un capolavoro, e questa volta non ha nulla a che vedere con la sua depressione: “… sto lavorando”. 

 È nella libertà del pensiero, è nel suo respiro che attraversa il vetro e si libra nell’universo, che risiede il significato della vita, il motore di ogni azione. 

Un filo sottile lega la risposta di Conrad a due capolavori senza tempo: l’Infinito di Leopardi, con il pensiero che dispiega le ali oltre la siepe, e il dipinto romantico del Viaggiatore sul mare di nebbia di Caspar David, dove lo sguardo si fonde con l’imperscrutabile e l’immenso al punto di essere nella stessa direzione di chi guarda il quadro, e quindi estraneo al quadro stesso.

E poi mi fa venire in mente i gatti. Autentici maestri di meditazione e mistero.

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No, non siamo macchine. Siamo mente, siamo idee, siamo pensiero. 

La macchina svolge il suo lavoro senza necessità di motivazione alcuna, senza alcun altro impulso che non sia meccanico. Lo svolge perché il lavoro è il suo scopo, e proprio perché macchina, lo fa bene, almeno fino a quando non si rompe e allora diventa inutile, null’altro che un rifiuto da rottamare.

L’uomo no. l’uomo resta tale comunque, perché il suo valore è nella sua stessa natura, è nel pensiero, è negli affetti, nei successi e nei fallimenti. Il “lavoro” è mezzo, non scopo.

Allontaniamoci ora da questo racconto vagamente e malamente romanzato che mi sono divertito a tratteggiare per sentirmi anch’io un po’ scrittore, e guardiamo alla nostra realtà.

Quanti sguardi dietro ai vetri? Quanti silenzi oltre le finestre in questi mesi di domande senza risposte, di incertezze? Mesi di lavori persi, sospesi, morti prima ancora di nascere.

Mesi durante i quali molti, guardando fuori dalla finestra non vedono orizzonti, ma un muro tappezzato di bollette, canoni d’affitto, rette scolastiche, mutui … semplice quotidianità che diventa incubo.

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Attraversando le strade di Monterotondo, soprattutto in inverno quando il buio scende prima, vedo tante finestre illuminate a ogni ora del giorno; … questo è anomalo, e tutti ben lo sappiamo.

Quella risposta pensata da Conrad, d’intelligenza sottile, raffinata, che promette libertà e sogno, per molti non esiste, sostituita da un dissacrante quanto realistico: “guardo fuori dalla finestra perché non ho nulla da fare”.

La verità è che il tuo sguardo non esce, non si lascia trasportare dalle ali del pensiero, ma rimbalza dentro e vi trova il buio. Guardi, ma non vedi.

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La mancanza del lavoro è uno degli eventi più difficili da affrontare perché impatta in modo drastico con le necessità della vita, le più banali ed essenziali.

Quella capacità straordinaria della nostra mente di trovare libertà nel pensiero, di sfondare muri, siepi, nebbia e trovare l’infinito, non andrebbe mai persa. Essa è come la pelle che protegge i muscoli e le vene, come lo scheletro che custodisce gli organi interni. È come un libro, da scrivere o solo semplicemente da immaginare, nel quale si respirino a pieni polmoni il mare, il vento, la neve dei ghiacciai e il tepore della spiaggia. Una mente che si lascia intrappolare dal buio è un vero e proprio spreco.

Imparare a guardare dalla finestra con uno scopo, per lavorare alla ricostruzione di noi stessi. È difficile, ma non impossibile, e la psicoterapia è in grado di riuscirci. Basta il tuo cellulare per provarci. 

Buon vento 😉