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Ma se parliamo di Sanremo ci si secca la lingua?

Ma se parliamo di Sanremo ci si secca la lingua?

E se parlassimo di Sanremo? Dai, mica ci si seccherà la lingua! Lo stanno facendo più o meno tutti, compresi coloro che se ne vergognano manco venissero colti a rubare nella cassetta dell’elemosina.
Sì, devo ammettere che Sanremo offre terreno fertile per uno psicologo, tanto per ciò che vi accade all’interno quanto per le reazioni che suscita.
E allora adeguiamoci anche noi; crogioliamoci per il breve spazio di una lettura nel “nazionalpopolare” di baudiana memoria. Vedi mai che sia occasione e spunto per qualche inaspettata riflessione.
Partiamo dal basso, ovvero da noi, dal pubblico.
Ogni anno si verifica il medesimo fenomeno, almeno da quando io ero bambino: nessuno lo guarda, “Per carità!”, ma misteriosamente tutti l’hanno visto. Oggi si è solo ampliato il raggio delle possibili scuse per giustificare la dovizia di particolari noti ed esposti a riguardo: “Non l’ho visto. Ho letto solo qualcosina sul web”. Sanremo è un po’ come i film porno e i giornali scandalistici: nessuno li compra, nessuno li vede, se non per sbaglio o dal parrucchiere, così, senza interesse ma solo per ammazzare il tempo.
Sanremo fa sempre schifo. Ogni anno peggio. “Quest’anno le canzoni sono veramente orribili!”. Così da sessantanove anni. Così anche quando cantavano personaggi che oggi fanno scattare in piedi la platea con dieci minuti filati di applausi, che fai a tempo ad andare a metterti il pigiama e a lavarti i denti e quando torni sono ancora lì a spellarsi le mani.

È un fenomeno in realtà semplicissimo, ovvero il senso di superiorità, desiderato, travisato in quanto percepito come qualcosa che si erge al di sopra, che non si mescola con il basso. È quasi come se dentro di noi ci fosse un Re Sole, tutto impiumato, damascato e dorato, che guarda con spregio e sufficienza il “volgo” e tutto ciò che ha a che fare con esso.

Del resto da dove viene l’abusatissimo e travisatissimo termine “volgare”?
Veniamo ora agli attori, a coloro che stanno sul palco.
Innanzitutto le canzoni. Quanta psicologia c’è nei testi, quanta nella musica! Quanta anche nel look scelto dall’esecutore, quanta nell’espressione del viso!
Il carro lo tira l’amore.
È da settant’anni che è così. Amori raramente felici, tradimenti come se piovesse, delusioni, pure qualche tragedia. Il dramma funziona meglio della felicità (a meno che non si tratti di Albano e Romina che addentano, occhi negli occhi, un panino e un bicchiere di vino). Anche questo risponde a una nostra intima e atavica necessità: la ricerca di riscatto attraverso il dolore. La “compassione”, il “sentire insieme”. È facile immedesimarsi nel dolore. Ci fa sentire da una parte buoni, empatici, dall’altra compresi e potenzialmente vittime.
Però non c’è solo l’amore! Ci sono pure i temi a sfondo sociale, attuale. Le cosiddette canzoni “impegnate”. È vero, e in quel caso scatta la polemica, anch’essa funzionale all’egocentrismo.
Nazional popolarismo, amore, cuore, disprezzo, polemica, superiorità. Stereotipi!

 

 


C’è però da evidenziare, nell’edizione corrente, un timido tentativo di rompere questo paniere di stereotipi ripassati in padella come la cicoria. Dopo anni di vallette ridotte a mutismo dal conduttore principale, la cui voce usciva solo per cinguettare la litania di presentazione del cantante in gara, dopo anni di donne che se non avevano almeno una farfalla, anche allo stadio di bacarozzo, a livello inguinale, passavano dirette nel dimenticatoio, ecco che finalmente qualcuno, dall’alto, ha concesso loro il dono del parlare, dell’esprimere se stesse non solo dentro un sapiente abito a parecchi zeri.
Ed ecco i monologhi. Sì, detto così appare patetico. E lo è. Una società moderna, civile, democratica, che in qualche modo si stupisce di sentir parlare quelle che un tempo non troppo lontano venivano definite “vallette” di Sanremo (e il termine la dice lunga!), dovrebbe riflettere su quanto di vero e autentico ci sia nel definirsi appunto moderna, civile e democratica.

Ma non spingiamoci troppo oltre. Qui si parla di psicologia, non di sociologia!

Tutti abbiamo sentito i due monologhi della prima sera. Tutti, anche coloro che, come dicevo all’inizio, non si sono abbassati a guardare il festival. E tutti hanno avuto modo di commentare.
Da un punto di vista puramente psicologico, entrambi sono parecchio interessanti.
Il primo, quello pronunciato da Diletta Leotta, molto poco capito, purtroppo. Splendido tentativo di spezzare lo stereotipo nella consapevolezza che è più facile spezzare l’atomo. La bellezza, troppo spesso l’unica arma concessa a una donna. La bellezza che quando passa, o meglio non viene più percepita dai ciechi e dagli stolti come tale (perché in realtà non passa, muta solo di forma assieme al tempo), lascia una donna disarmata e sola. Un’arma concessa a un élite, un’arma che una donna è costretta a cercare, inseguire, e spesso anche a odiare.
E poi, sulla scia di questo capolavoro di condanna di un comune modo di pensare, arriva l’altro monologo, quello dell’altrettanto splendida Rula Jebreal, più recepito dal pubblico, più discusso. Un monologo che racconta una fetta intima di vita e denuncia come l’errore di fondo abbia le radici proprio in quello che, con voluta leggerezza, ha appena evidenziato la sua collega. La violenza sulle donne che nasce dalla mancanza di rispetto per le donne, da quell’inconsapevole senso di superiorità e possesso maschile, difficilmente ammesso perché assorbito da tempo immemorabile fino a non essere più percepito come tale, fino addirittura a essere negato, anche di fronte all’evidenza.
Due discorsi che si compenetrano e che solo stretti in un’unica miscela sprigionano la forza del loro messaggio.
È dalla mente, dal pensiero dei singoli che parte il cambiamento. Attraverso la rottura dello stereotipo, della convenzione, la mente cresce, si evolve, e con essa la società.

Ed è quando la mente riesce a spezzare le catene dello stereotipo che il mestiere diventa arte, che sia una canzone, che sia un dipinto, che sia la più semplice azione della vita.

Buon vento. Siate leggeri. Siate liberi. Siate artisti. E non dimenticate di dire la vostra.

P.S. Comunque sia, l’esperimento è riuscito. Abbiamo parlato di Sanremo e non ci si è seccata la lingua!

Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Terapie Brevi

Terapia a Seduta Singola

Ricevo a Monterotondo (RM), Fonte Nuova e Online