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Genesi dell’invidia

Genesi dell’invidia
Succede che per emergere abbiamo bisogno di volontà.
Succede che per avere volontà abbiamo bisogno di stimoli.
Succede che per avere stimoli abbiamo bisogno di obiettivi.
Succede che per avere obiettivi abbiamo bisogno di osservare.
Succede che nell’osservare sviluppiamo ammirazione.
Succede però che l’ammirazione si trasformi in invidia.
Succede, purtroppo, che l’invidia paralizzi tanto gli stimoli che l’agire al fine di ottenere l’obiettivo.
Succede anche che l’invidia incancrenisca fino a impigrire.
Succede che l’impigrirsi diventi capro espiatorio della mancanza di autostima.
Succede – talmente spesso da rappresentare pressoché la norma – che il crollo dell’autostima porti a sostituire l’obiettivo con il desiderio del fallimento degli altri.

Succede infine che l’invidia, svilita delle sue intrinseche sollecitazioni, privata anche dell’istinto di imitazione che deriva dall’ammirazione, si traduca in un disarmante marchio di mediocrità.

Ecco la genesi dell’invidia.

Di per sé non sarebbe una brutta cosa. Per quanto oltraggiante, denigratoria, è meglio della gelosia, sentimento altamente distruttivo con il quale viene costantemente ed erroneamente confusa.Sarebbe interessante aprire un confronto fra queste due emozioni.Che ne dite? Invidia Vs gelosia. Avete voglia di lanciare per primi la palla e fornirmi qualche spunto, ad esempio raccontandomi il vostro punto di vista, o meglio, la vostra esperienza?Potete scrivermi in totale anonimato qui, attraverso il mio blog, sui canali social Facebook e Instagram, oppure condividerlo pubblicamente. Sapete, ne nascono sempre dibattiti interessanti e molto costruttivi quando succede, e questo è uno degli aspetti più positivi che l’era digitale nella quale sia immersi ci offre. Quindi approfittiamone. Coraggio!

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Per tornare alla nostra disamina dell’invidia, torno a precisare che essa contiene, o meglio (abbiamo il condizionale, e allora usiamolo!) conterrebbe al suo interno un altissimo potenziale costruttivo, una specie di nucleo buono e vitale fortemente stimolante per scoprire il quale bisogna però essere dotati di coraggio e scavare a mani nude, senza paura di spezzarsi le unghie.

Il buono sta tutto in quel sentimento di ammirazione che accende il desiderio di un traguardo: vedo- ammiro-desidero. Arriva dunque non dall’astratto, ma dall’osservazione di ciò che abbiamo intorno. È un sentimento materiale e materico. Una mente sana, equilibrata, a questo punto si attiva e agisce; in termini metaforici, punta a quella stessa meta che vede raggiunta da altri e inizia a scalare, “di buzzo buono” come dice una mia anziana conoscente di Monterotondo.

Ovviamente ciò comporta impegno, determinazione, anche ostinazione, ma soprattutto fatica. Anche doti innate e fortuna, per carità, ma la loro assenza non sarebbe comunque un ostacolo in presenza di fiducia in sé stessi e autostima. Lo sanno bene i ballerini, che svolgono un lavoro (ne approfitto per augurare a loro e a tutti gli altri lavoratori dello spettacolo, di poter quanto prima tornare a esibirsi) per il quale la predisposizione fisica è una componente imprescindibile. Eppure accade assai di frequente che la determinazione scavalchi la dote e si trasformi in pregio. E visto che al cospetto della vita siamo un po’ tutti ballerini, e che la vita stessa è un palcoscenico, è bene che di questa lezione facciamo tesoro.

Per la morale cattolica è uno dei sette vizi capitali (vizi, non peccati; è sostanzialmente diverso!), e a un atto di pura invidia, l’omicidio di Abele da parte del fratello Caino, viene fatta risalire l’attuale condizione umana.