Niente da festeggiare

Ci sono periodi dell’anno che sembrano fatti apposta per ricordarci tutto ciò che pensiamo di non avere, tutto ciò che abbiamo perduto, tutto ciò che ancora fatichiamo a costruire, e il Natale, con le sue luci che tintinnano come campanelli insistenti e con le sue vetrine che promettono allegria, può trasformarsi in una lente che ingrandisce emozioni che preferiremmo tenere in silenzio, un amplificatore che spinge verso l’alto il volume di pensieri, dubbi, nostalgie, assenze, come se ogni sorriso imposto negli spot televisivi fosse un richiamo involontario a un dolore che spesso vorremmo ignorare ma che, proprio in queste settimane, si fa più vivo, più presente, più rumoroso.

È un periodo in cui molte persone che si rivolgono a me, sia nel mio studio di Monterotondo sia online, arrivano con la stessa sensazione addosso: quella di essere sfasati rispetto al mondo, come se ci fosse una festa in corso alla quale non sentono di appartenere, come se tutto intorno fosse un grande cenone pieno di voci e colori, e loro sedessero in silenzio nell’unico angolo d’ombra della stanza. E non perché non vogliano partecipare, ma perché il corpo e il cuore non ce la fanno, perché qualcosa dentro si è appannato, incrinato, affaticato.

Molte persone vivono il Natale come una specie di specchio emotivo: ci rimanda quello che siamo, ma anche ciò che avremmo voluto essere; riflette chi c’è, ma soprattutto chi non c’è più. Ogni pallina appesa all’albero può diventare un promemoria improvviso, un “ti ricordi?” a cui non eravamo preparati, ogni brano natalizio può aprire una crepa nella memoria, ogni tavola apparecchiata può sottolineare una sedia vuota che nessuna festa può colmare.

Il lutto, in questo periodo, prende una forma particolare: non è solo l’assenza in sé, ma il confronto con una tradizione che pretende un’atmosfera precisa, magari serena, calda, raccolta, che però non sempre possiamo sentire nostra. E così il dolore si amplifica, si confonde con la stanchezza, con la nostalgia, con quella domanda che molti mi fanno: “Perché proprio adesso mi sento così fragile?”.

Cosa puoi fare, concretamente, se questo periodo ti pesa

Il Natale è un tempo simbolico e tutto ciò che è simbolico, nel bene o nel male, parla all’inconscio con una forza che spesso ignora la logica.

Ci sono poi le ansie, quelle che non fanno rumore ma che stringono lo sterno, che si presentano sotto forma di malinconia, irritazione, ipersensibilità, senso di inadeguatezza. L’idea di “dover essere felici”, perché così vuole la tradizione, le aspettative familiari, le convenzioni sociali, può diventare una pressione insostenibile.

A volte basta osservare una coppia che passeggia mano nella mano, oppure vedere un albero addobbato in una piazza, per sentirsi all’improvviso fuori posto, quasi sbagliati, come se il nostro modo di vivere questo periodo fosse un difetto, quando in realtà è soltanto un modo umano e legittimo di sentire.

E allora vorrei dirti, in modo semplice ma autentico, che non c’è davvero nulla di sbagliato se questo periodo non ti somiglia, se quest’anno, o da molti anni, il Natale non ha più il sapore che aveva una volta e se, guardandoti intorno, non riesci a trovare nulla “da festeggiare”. Non sei un’eccezione. Non sei solo. Non sei rovinato, rotto o insensibile. Stai semplicemente portando con te una storia, la tua, che merita di essere ascoltata, e non forzata dentro una cornice che non le appartiene.

E allora cosa puoi fare nel frattempo?

1. Concediti il diritto di non festeggiare. Puoi scegliere. Davvero. Nulla ti obbliga a partecipare emotivamente a qualcosa che non senti vicino. Puoi stare in disparte, puoi proteggerti, puoi anche dire: “Quest’anno passo”. Accogliere ciò che provi è già di per sé un gesto terapeutico.

2. Dai un nome alle emozioni. A volte la tristezza è in realtà nostalgia, l’ansia è paura del futuro, la rabbia è una forma stanca di dolore. Mettere parole su ciò che senti è come accendere una piccola lampada in una stanza buia: non elimina la notte, ma ti permette di orientarti.

3. Crea una tua micro-tradizione. Se le tradizioni “classiche” ti fanno male, inventane una tua: una passeggiata in un luogo che ti fa respirare, un film che ti calmava da bambino, un tè caldo bevuto in silenzio, un piccolo gesto simbolico dedicato a chi non c’è più. Non tutto ciò che cura deve essere grande.

4. Stabilisci confini con le richieste degli altri. Se una cena ti pesa, puoi rimanere solo un’ora. Se un incontro familiare ti mette sotto pressione, puoi prepararti mentalmente a ciò che potresti sentire e trovare strategie per proteggerti. Non è egoismo: è cura di sé.

5. Parla con qualcuno. Moltissime persone, nel mio studio di Monterotondo e nelle consulenze online, mi confidano quanto questo periodo le faccia sentire vulnerabili. Ed è proprio condividendo ciò che provano che spesso riescono a fare ordine dentro di sé, a scoprire significati nuovi, o semplicemente a respirare un po’ meglio.

Un invito gentile

Se oggi senti che non c’è nulla da festeggiare, non forzarti a cercarlo. A volte ciò che merita di essere celebrato è la tua capacità di continuare a esserci, nonostante tutto: nonostante la stanchezza, la memoria che punge, le domande senza risposta. A volte la vera festa è semplicemente un respiro profondo, un momento di tregua, un pensiero gentile rivolto a te stesso.

E se questo Natale lo vivi con fatica, ricorda che la tua esperienza è valida, reale, rispettabile. Non è una colpa, non è un fallimento, non è un difetto da correggere. È parte di un cammino umano, complesso, profondo.

E forse, proprio nel momento in cui ti permetti di non festeggiare, qualcosa dentro di te inizia pian piano a trovare un po’ di spazio, un po’ di quiete, una minima forma di pace.

Se vuoi, possiamo attraversare questo periodo insieme. Io ci sono.

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Buon vento 

Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Terapie Brevi

Terapia a Seduta Singola

Ricevo a Monterotondo (RM) e ONLINE