Ci sono parole che sembrano antiche, quasi fuori moda, come se appartenessero a un tempo più lento del nostro. Empatia è una di queste. Eppure, se ti fermi un attimo ad ascoltare davvero quello che succede dentro e intorno a te, ti accorgi che è una parola di cui avresti un bisogno enorme, quotidiano, vitale. Perché l’empatia è la capacità di sentire l’altro, di intuire ciò che prova, di mettersi nei suoi panni senza bisogno che spieghi tutto nei dettagli. È una sorta di pelle sottile, sensibile, che vibra quando qualcuno accanto a te vibra.
Viviamo in una società che corre, che semplifica, che etichetta, che risponde prima ancora di aver ascoltato. Una società in cui si comunica tantissimo ma ci si comprende sempre meno. E così l’empatia, che richiede tempo, presenza, silenzio e disponibilità emotiva, sembra diventare un lusso, qualcosa che pochi coltivano davvero. Ma tu lo sai bene: non tutti sono diventati sordi. Alcuni, come te, sentono fin troppo.

Forse ti riconosci in questa sensazione: entri in una stanza e percepisci subito l’atmosfera, capisci chi è teso, chi è triste, chi sta fingendo di stare bene. Cogli le sfumature che agli altri sfuggono, cambi tono di voce per non ferire, scegli le parole con attenzione, ti carichi addosso emozioni che non sono nate dentro di te. È come se avessi un’antenna sempre accesa, sempre orientata verso l’esterno. Questa è empatia, sì. Ed è una dote preziosa, rara, profondamente umana.
Eppure, come tutte le cose preziose, può trasformarsi in qualcosa che pesa. Un’arma a doppio taglio. Perché quando sei troppo bravo a capire gli altri, rischi di diventare molto poco bravo a capire te stesso. Quando sei sempre tu a fare spazio, a contenere, a giustificare, a comprendere, può accadere che nessuno si accorga che anche tu avresti bisogno di essere accolto.
Essere empatici al giorno d’oggi
Molte delle persone che si rivolgono a me, nel mio studio di Monterotondo oppure online, portano proprio questo dolore silenzioso. Me lo raccontano con frasi semplici, spesso accompagnate da un sorriso stanco: “Capisco sempre tutti, ma nessuno capisce me”. È un dramma sottile, che non fa rumore, ma scava dentro lentamente. È la fatica di chi è diventato una casa per gli altri, ma non sa più bene dove sia la propria.
Tu che sei empatico spesso sei quello che ascolta, quello che consola, quello che trova una spiegazione anche per chi ferisce. Sei come una spugna emotiva: assorbi tensioni, rabbia, tristezza, speranze, e raramente strizzi via quello che non ti appartiene. All’inizio sembra una forza. Ti senti utile, necessario, presente. Ma col tempo può diventare stanchezza, confusione, senso di vuoto. Perché mentre ti occupi di tutti, qualcuno rimane fuori dalla porta: tu.

L’empatia, quando non ha confini, è come un fiume che straripa. Nasce per nutrire, per far crescere, ma se non trova argini può allagare tutto, anche ciò che dovrebbe proteggere. Comprendere non significa annullarsi. Sentire l’altro non dovrebbe mai voler dire smettere di sentire te stesso. Eppure, se sei abituato a metterti sempre nei panni altrui, forse hai imparato molto presto che i tuoi potevano aspettare.
Forse sei cresciuto pensando che essere “bravo”, “sensibile”, “maturo” volesse dire non creare problemi, adattarti, intuire i bisogni degli altri prima ancora che venissero espressi. E così oggi ti ritrovi adulto, capace di leggere l’animo umano come un libro aperto, ma con una difficoltà enorme a dire: “Io ho bisogno”, “Io non sto bene”, “Questa volta tocca a me”.
Questo non rende l’empatia meno bella. La rende solo più vera. Perché la vera empatia non è sacrificio costante, non è dimenticanza di sé, non è martirio emotivo. La vera empatia include anche te. È la capacità di sentire l’altro senza perdere il contatto con il tuo centro, di comprendere senza giustificare tutto, di accogliere senza annullarti.
Ritornare a casa
Ritrovarti significa riportare l’empatia a casa. Usarla anche verso di te. Ascoltare le tue emozioni con la stessa delicatezza con cui ascolti quelle altrui. Concederti il diritto di non capire sempre, di non reggere sempre, di non essere sempre disponibile.
Se ti senti spesso non capito, se hai la sensazione di dare molto più di quanto ricevi, se ti riconosci nel ruolo di quello che “regge”, forse è il momento di portare un po’ di quell’empatia anche verso di te. Di ascoltarti con la stessa attenzione con cui ascolti gli altri. Di chiederti non solo “Come sta lui?” o “Come posso aiutarla?”, ma anche “Come sto io, davvero?”.

Non è egoismo. È equilibrio. È imparare che puoi essere profondamente empatico senza smarrirti. Che puoi restare sensibile senza diventare invisibile. Che puoi continuare a sentire, ma scegliendo quando e quanto aprire quella porta. Perché tu non sei solo lo specchio delle emozioni altrui. Sei una persona intera, con bisogni, limiti, desideri. E meriti di essere capito, prima di tutto, da te stesso.
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Federico Piccirilli
Psicologo, Psicoterapeuta
Terapie Brevi
Terapia a Seduta Singola
Ricevo a Monterotondo (RM) e ONLINE