Ci sono momenti in cui le persone si rivolgono a me online oppure bussano alla porta del mio studio di Monterotondo, con la stessa frase sulle labbra: “Non capisco perché continuo a fare questa cosa, anche se so che mi fa male”. E ogni volta, mentre si siedono e cominciano a parlare, emerge la stessa dinamica nascosta sotto mille situazioni diverse: un circolo vizioso.
I circoli viziosi sono trappole psicologiche incredibilmente comuni: riscrivere all’ex anche quando sappiamo di non doverlo fare, continuare a rimuginare su qualcosa che dovremmo lasciar andare, restare bloccati in una relazione, un’abitudine, una dipendenza, oppure inseguire situazioni che ci fanno soffrire pur riconoscendone la tossicità. E, cosa ancora più importante, sono trappole prevedibili: hanno una forma, un funzionamento interno, un meccanismo che possiamo imparare a riconoscere e disinnescare.
Con questo articolo voglio mostrarti proprio questo: perché ci finiamo, come funzionano questi loop mentali e soprattutto come si fa a spezzarli davvero sia da soli, sia con un percorso più strutturato.
Perché nascono i circoli viziosi?
Un circolo vizioso psicologico nasce quasi sempre da un incontro sfortunato tra bisogni emotivi profondi e strategie disfunzionali apprese nel tempo.
In altre parole: abbiamo un bisogno legittimo (sentirsi amati, sicuri, visti, valorizzati, consolati, stimolati, rassicurati…), ma abbiamo imparato a soddisfarlo in modo che ci fa soffrire.

Così finiamo per ripetere comportamenti che ci procurano micro-dosi di sollievo, ma che a lungo termine ci intrappolano. Questi comportamenti diventano “comodi” per la mente non perché siano sani, ma perché sono familiari. Il cervello umano ama ciò che conosce anche se gli fa male.
I circoli viziosi, che incontro più spesso nel mio studio e nei percorsi online, non sono gli unici, ma sono quelli in cui, se sei arrivato a leggere questo articolo, potresti riconoscerti più facilmente.
Quali sono i circoli viziosi più frequenti?
1. Il circolo vizioso del “Scrivo/non scrivo” all’ex
È forse uno dei loop più diffusi. Anche quando sappiamo benissimo che quella relazione non ci porta dove vogliamo andare, ci ritroviamo con il telefono in mano, il messaggio scritto, e l’intenzione ferrea di premere “invia”.
Come ci finiamo dentro: La mente cerca di colmare un vuoto improvviso. Il bisogno sottostante è spesso la connessione: meglio una connessione imperfetta che nessuna. Ogni volta che inviamo un messaggio e otteniamo risposta, riceviamo una micro-ricompensa. Se non riceviamo risposta, la tensione emotiva aumenta, e il bisogno di “chiudere il cerchio” diventa ancora più forte.
Perché è un circolo vizioso: Scrivere all’ex non risolve la ferita, la riapre. Ogni messaggio alimenta la speranza, la confusione o il dolore.
Come se ne esce: Interrompere l’automatismo, imparando a gestire l’impulso nei primi 30–90 secondi. Dare un posto al bisogno sottostante, non soffocandolo, ma riconoscendolo e costruendo modi più sani per rispondere quel bisogno di connessione o rassicurazione.
Il punto non è “non scrivere più all’ex”, ma capire perché vorresti farlo e dare a quella parte di te una risposta più adatta.
2. Il circolo del non riuscire a lasciare andare
Che si tratti di una persona, una situazione, un’occasione mancata o un torto subito, rimanere mentalmente agganciati a ciò che non c’è più è un circolo vizioso potentissimo.
Come ci finiamo dentro: La mente tende a “ripassare” il dolore come se stesse cercando un finale diverso. È un tentativo di controllo: se analizzo abbastanza, forse capisco, prevedo, evito, correggo. Ma ovviamente non funziona.
Perché è un circolo vizioso: Ogni loop di pensieri crea una sensazione di incompiutezza. Più cerchi chiarezza, più senti che te ne manca, è come cercare di asciugarsi mentre si è ancora sotto la doccia.
Come se ne esce: Distinguere “capire” da “ruminare”: una persona può credere di riflettere quando in realtà sta solo girando a vuoto. Accettare l’assenza di chiusura perfetta: la famosa “closure” non è un evento, è una decisione. Reindirizzare l’energia emotiva verso il presente: con tecniche pratiche, non solo concetti teorici.
Lasciare andare non significa dimenticare, ma smettere di far vivere nel presente qualcosa che esiste solo al passato.

3. Il circolo della dipendenza (da persone, sostanze, abitudini)
Non parlo solo di dipendenze “gravi”: anche lo scrolling compulsivo, il bisogno costante di stimoli, la continua ricerca di approvazione o la dipendenza affettiva sono circoli viziosi a tutti gli effetti.
Come ci finiamo dentro: Una sensazione sgradevole (ansia, vuoto, noia, solitudine). Un comportamento che la fa sparire temporaneamente. Il cervello registra la combinazione “malessere → comportamento → sollievo e decide che quella è la via preferenziale.
Perché è un circolo vizioso: Ogni volta che ripeti la sequenza, il solco si approfondisce. Il sollievo diventa sempre più breve, mentre il bisogno diventa sempre più forte.
Come se ne esce: Il lavoro che faccio in studio e online è un lavoro di riorganizzazione: spezzare il legame tra stimolo e comportamento, individuare cosa la dipendenza porta via (tempo, dignità, energia, libertà), sostituire, gradualmente, micro-comportamenti disfunzionali con micro-comportamenti funzionali e costruire una motivazione solida che non dipenda dalla forza di volontà pura (che da sola crolla sempre).
Niente demonizzazioni: una dipendenza è un tentativo disperato di autoregolarsi. Si impara a fare meglio.
4. Il circolo della perfezione che blocca
Molte persone mi dicono: “Inizio mille cose, ma non le porto mai fino in fondo”. Spesso il vero problema non è la pigrizia, ma un perfezionismo che paralizza.
Come ci finiamo dentro: L’idea “o lo faccio perfetto, o niente”. La paura del giudizio. L’anticipazione del fallimento, che porta alla procrastinazione. La procrastinazione genera sensi di colpa, che aumentano la paura di ricominciare.
Come se ne esce: Allenando il concetto di “abbastanza buono”, facendo micro-passi reali, non macro-progetti impossibili e imparando ad accettare l’errore come parte integrante del processo.
La libertà arriva quando si capisce che il 70% fatto vale più del 100% immaginato.
5. Il circolo dell’autocritica continua
È un circolo vizioso che diventa un rumore di fondo permanente: non sei mai abbastanza, non fai mai abbastanza, non vali abbastanza.
Come ci finiamo dentro: Molti hanno interiorizzato voci critiche del passato. La mente ripete quel copione perché lo considera normale, e lo usa per “motivarti”, ma non è motivazione: è auto-sabotaggio mascherato.
Perché è un circolo vizioso: Più ti critichi, meno energie hai, meno energie hai, più sbagli o rimandi, più sbagli o rimandi, più ti critichi.
Come se ne esce: Introducendo una voce interna alternativa, non zuccherosa, ma realistica e costruttiva. Imparando a trattarsi come tratteresti una persona che ami. Coltivando la tolleranza verso l’imperfezione umana.
Una persona non cambia diventando più dura con sé stessa, ma diventando più alleata di sé stessa.
Perché questi circoli sembrano così difficili da spezzare?
In studio lo vedo spesso: non manca l’intelligenza, né la consapevolezza. Il problema è che la consapevolezza non basta a smontare un’abitudine emotiva radicata.
Serve: ripetizione, pratica, strategia e qualcuno che ti guida nella fase in cui da soli si tende a ricadere.
I circoli viziosi si rinforzano con il tempo, ma possono essere indeboliti alla stessa maniera: passo dopo passo, non con un gesto eroico.
Le persone che lavorano con me, a Monterotondo o online, imparano a uscire dai propri circoli viziosi seguendo un percorso strutturato ma estremamente umano: si parte dall’identificazione precisa del loop, si analizzano i bisogni sottostanti, si costruiscono alternative, si pratica l’auto-osservazione non giudicante e si gestiscono le ricadute.

I circoli viziosi non sono muri, sono sentieri troppo battuti. La mente li percorre perché sono quelli che conosce, ma puoi tracciarne di nuovi.
Le persone che vedo ogni giorno, a Monterotondo o online, arrivano convinte di essere “fatte così”, di essere rotte, sbagliate, incapaci e quasi tutte scoprono che non era vero: non erano sbagliate, erano intrappolate in un meccanismo.
E i meccanismi si imparano a smontare, per questo, se sei in un circolo vizioso, non devi uscirne da solo, e non devi uscirne subito: devi solo iniziare a cambiare direzione, un passo alla volta. E quel passo puoi farlo anche oggi.
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Buon vento
Federico Piccirilli
Psicologo, Psicoterapeuta
Terapie Brevi
Terapia a Seduta Singola
Ricevo a Monterotondo (RM) e ONLINE