Anno nuovo, vita uguale

C’è un momento, spesso silenzioso, che arriva dopo i brindisi, dopo i buoni propositi scritti di fretta su un foglio o nella nota del telefono, dopo l’ennesimo “quest’anno sarà diverso” detto più per scaramanzia che per convinzione. È il momento in cui ci si sveglia e si scopre che sì, il calendario è cambiato, ma dentro tutto sembra incredibilmente uguale. Le stesse abitudini, le stesse fatiche, gli stessi pensieri che bussano alla porta come vicini di casa un po’ invadenti, quelli che non si annunciano mai ma arrivano puntuali.

La frustrazione di non riuscire a cambiare le cose nasce spesso proprio lì, in quello scarto sottile tra ciò che ci aspettiamo da noi stessi e ciò che realisticamente siamo in grado di fare in quel momento della nostra vita. È una frustrazione che non fa rumore, non esplode, ma si deposita piano, come una polvere sottile sugli scaffali della quotidianità, e a lungo andare pesa.

Gennaio, più che un mese, a volte sembra uno stato d’animo imposto. C’è una sorta di entusiasmo obbligatorio che aleggia nell’aria, un invito collettivo a essere motivati, ottimisti, carichi, pronti a ricominciare da zero come se fossimo personaggi di un videogioco con vite infinite e nessuna memoria delle partite precedenti. Se non ti senti così, se invece provi stanchezza, dubbio o una vaga malinconia, potresti avere la sensazione di essere fuori posto, come se stessi partecipando a una festa con il vestito sbagliato.

Dal punto di vista psicologico, questa pressione a “sentirsi bene per forza” rischia di diventare un boomerang. Le emozioni non funzionano a comando, e più cerchiamo di scacciarne alcune perché considerate inadeguate, più queste trovano il modo di tornare, magari mascherate da irritabilità, apatia o senso di colpa. Non essere entusiasti non significa essere sbagliati, significa semplicemente essere umani.

Quando il cambiamento diventa un dovere

Il cambiamento, oggi, viene spesso raccontato come un imperativo morale: devi migliorarti, devi crescere, devi evolvere. Ma quando il “devo” prende il posto del “posso” o del “vorrei”, qualcosa si irrigidisce. Cambiare richiede energia, tempo, sicurezza interna, e soprattutto richiede di partire da dove si è davvero, non da dove si pensa di dover essere per soddisfare un ideale astratto.

Molte persone che si rivolgono a me nel mio studio di Monterotondo oppure online stanno in questa condizione: sentono di essere ferme, bloccate in una ripetizione che non hanno scelto, e allo stesso tempo si giudicano duramente per non riuscire a fare quel famoso salto in avanti. È come voler correre mentre si ha ancora un piede impantanato, e rimproverarsi perché non si va abbastanza veloci.

C’è una stanchezza che non dipende da quanto dormiamo, ma da quanto resistiamo. Resistere a situazioni che non cambiano, a ruoli che non ci rappresentano più, a aspettative altrui che si sono infilate dentro di noi come mobili troppo ingombranti. Questa stanchezza spesso non ha parole, e allora si manifesta come demotivazione, come voglia di rimandare tutto a data da destinarsi, come quella sensazione di “anno nuovo, vita uguale” detta con un mezzo sorriso e un mezzo sospiro.

Eppure, anche qui, c’è qualcosa di profondamente comprensibile. La psiche tende a proteggersi, e a volte rimanere uguali è il modo migliore che ha trovato, almeno per ora, per non crollare.

Piccoli spostamenti, non rivoluzioni

Forse uno dei regali più gentili che possiamo farci è smettere di pretendere rivoluzioni interiori e iniziare a concederci piccoli spostamenti. Cambiamenti minuscoli, quasi invisibili, come spostare una sedia in una stanza: la stanza è la stessa, ma improvvisamente ci si muove meglio. Dal punto di vista psicologico, il cambiamento sostenibile non nasce dall’entusiasmo eclatante, ma dalla continuità, dalla possibilità di tollerare l’imperfezione, dal permesso di sbagliare strada senza dover tornare ogni volta al punto di partenza.

Può aiutare chiedersi non “cosa dovrei cambiare di me?”, ma “di cosa avrei bisogno, oggi, per stare un po’ meglio?”. È una domanda meno appariscente, meno eroica, ma spesso molto più trasformativa.

Accogliere un nuovo anno non significa per forza accoglierlo con fuochi d’artificio interiori. A volte significa semplicemente sedersi, guardarlo arrivare, e dirgli: “Ti vedo, anche se non so ancora cosa faremo insieme”. C’è una quieta forza in questo atteggiamento, una fiducia non urlata ma profonda, che riconosce i limiti senza farne una colpa.

Se ti ritrovi nell’idea di un “anno nuovo, vita uguale”, sappi che non sei solo, e che questa sensazione non è la fine della storia, ma spesso l’inizio di una narrazione più onesta. Il cambiamento, quando arriva, raramente suona la tromba: più spesso bussa piano, mentre siamo occupati a sopravvivere, e ci chiede solo di essere ascoltato. Con un pizzico di pazienza, e magari anche con un sorriso ironico verso le nostre stesse aspettative, possiamo imparare a sentirlo.

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Buon vento 

Federico Piccirilli

Psicologo, Psicoterapeuta

Terapie Brevi

Terapia a Seduta Singola

Ricevo a Monterotondo (RM) e ONLINE