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Annegare i dispiaceri in un bicchiere

“annegare i dispiaceri in un bicchiere”

mai espressione fu più veritiera, … peccato che a essere sbagliato sia l’oggetto, oppure per gli amanti della linguistica, il complemento oggetto.

In quelle poche dita di liquido vischioso e caldo annegare è facile, ma non sono i dispiaceri a rimetterci la pelle. Quelli se la cavano, sopravvivono.

Ad annaspare, e infine annegare, è la vita intera, e non solo la tua.

L’alcool non emette sostanze tossiche, non avvelena l’aria, ma analogamente a quanto ormai ci è più che noto per il fumo, uccide anche chi ti sta intorno. Ebbene sì, l’alcolismo miete vittime innocenti, quanto e più delle sigarette, dai cui effetti in fondo si può cercare rifugio anche sul balcone!

Chi si trova a vivere con un alcolista subisce una sorta di “alcool passivo”, che non pervade le membra fino a offuscare la mente, e neppure suscita momentanea ed effimera euforia, ma che lentamente porta la sua esistenza all’agonia.

ancora un bicchiere e poi basta”, chi sente, o meglio subisce, questa promessa fasulla, ben riconosce lo sguardo spento che si accende alla vista della bottiglia, il fremito nervoso della mascella quando essa non si trova, la pesantezza di un passo che si allontana. E ben ne riconosce il sentore: forte, acido, con velature dolciastre che attanagliano la bocca dello stomaco e fanno male nel profondo.

Ma a togliere il respiro all’alcolista passivo non è solo l’aria pesante che da quel bicchiere si espande fino a invadere ogni angolo della casa, fino alla porta, allo zerbino. No, sono anche gli sguardi degli altri, che “sanno e non dicono”. Già, perché questa è una di quelle malattie di cui parlare è quasi proibito.

E poi come parlarne? In quali termini?

Suscita ilarità spesso, e sempre pietà. Ed entrambe fanno male.

Sorrisetti abbozzati, gomiti che si sfiorano nascosti, battutine in cui regna l’ovvietà e quei modi di dire sempre uguali, volgari, da bar. E poi la vergogna di sentirsi scrutati da sguardi carichi di pena, di fantasie.

“chissà cosa dovrà subire, povera donna!”

“ma come? Non lo sai? Suo marito è … uno che beve! Un ubriacone!”

L’ubriacone! E subito saltano alla mente le barzellette, le caricature da commediola di bassa qualità: lui che biascica parole sconnesse con la bocca impastata, lui che cerca di toccarsi la punta del naso ora con l’indice destro, ora con il sinistro, e poi ancora con il destro … lui che cammina barcollando.

Ma la vita reale non è una barzelletta, e neppure una vignetta. Nella vita reale ci sono i figli, che si trovano davanti a un estraneo che compare all’improvviso, del quale hanno timore perché, per quanto viva da tempo con loro, mai riusciranno a conoscerlo. Egli è sempre diverso, mutevole;  a volte buffo ma più spesso orribile, pericoloso. Vedono la mamma piangere. L’avrà picchiata? Forse no, forse non lo farebbe mai; ma è meglio tacere, quando in casa compare quell’estraneo, e filare a letto!

Nella vita reale ci sono i silenzi, le stoviglie sbattute e rotte.

Nella vita reale c’è il lavoro che si perde.

“Annegare i dispiaceri in un bicchiere”. Già, ma i dispiaceri non annegano, così come i problemi.

Si affrontano.

Dispiaceri e problemi hanno una vita anfibia, dentro e fuori dai liquidi. Anzi, i liquidi, soprattutto quando dotati di buon tasso alcolico, li rafforzano fino a renderli invincibili. E si nutrono delle tenere carni del silenzio, della vergogna e della menzogna.

Uscire allo scoperto è difficile, tanto per l’alcolista “attivo” che per il “passivo”.

Il primo è in una situazione di quasi impossibilità: come Dottor Jekyll non riesce a controllare il Signor Hyde, perché è quest’ultimo a dettare le regole. Jekyll ragiona, capisce, desidera annientare il nemico. Ma come si può annientare se stessi? Come può Hyde annientarsi?

Il secondo, l’alcolista passivo, ovvero chi vive con l’incubo dello sconosciuto che s’impossessa della persona cara, ha un doppio arduo compito: proteggere l’altro, che ama, e avere la forza di riconoscere nell’estraneo lo stesso oggetto del suo amore. Ma non solo. Deve anche riuscire a mantenere alta la testa al cospetto del mondo, cancellando vergogna e ancestrali retaggi. Gli altri vedano pure la sua come una vita da barzelletta o da film, continuino pure a scambiarsi sguardi complici, ironici o pietosi. Nulla cambia.

Per entrambi uscire allo scoperto significa molto di più di rendere palese al mondo il proprio segreto. Significa cercare aiuto.

Questo aiuto esiste, e non ride, non dà di gomito, non compatisce. Ci sono gli appositi centri nei quali l’anonimato è garantito, e questi li conosciamo tutti; luoghi di scambio di esperienze, di appoggio, di condivisione del problema.

È però assai utile anche cercare la radice di quel problema, quei famosi “dispiaceri” o “problemi” che non ne vogliono sapere di annegare. E allora l’arma per combatterli te la può mettere fra le mani il supporto psicologico.

E ora un paradosso:

“Perché bevi?”

“bevo per dimenticare che sono alcolizzato”

Non è una battuta ma molto spesso la realtà.

Ricorda però che, per quanto non vi abbia fatto cenno, un buon bicchiere è un piacere, e tale dovrebbe rimanere. Non demonizziamolo dunque, perché l’alcolismo nulla ha a che vedere con il piacere.

Ricorda ancora che viviamo tempi in cui questo problema compare in età sempre più giovani, fin dall’adolescenza. Ma questo sarà argomento di un prossimo articolo.

Ricorda infine che uscirne non solo si può, ma SI DEVE. Lo devi a te stesso, tanto che tu ne sia l’attore o il co-attore, lo devi ai tuoi figli, lo devi a qui sogni che compongono la trama della tua vita e che ora rischiano di annegare travestiti da dispiaceri.

È il momento di agire, non perdere un altro solo minuto; un bel respiro, un sorso (d’acqua), e fuori! A fiutare il vento!

Buon vento.

 

Federico Piccirilli

Psicologo Psicoterapeuta

Terapia Breve

Terapia a Seduta Singola

CONSIGLI DI LETTURA:

Mazzucato F., 2007, Confessioni di un alcolista, Giraldi

 

 

 

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